Intercettazioni sì o no, intercettazioni come, quando e perché
Luciano Panzani su InPiù commenta l’effetto della riforma delle intercettazioni dell’aprile 2025 che “si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”. Lo scrive il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo in una lettera ai ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, oltre che alla Presidente della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo. Melillo lamenta che grazie alla recente riforma restano immuni dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti diversi tutti o quasi tutti i reati dei “colletti bianchi” che collaborano con le organizzazioni criminali, provocando “un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto a quei fenomeni”. Effetti analoghi si determinano anche nei processi di terrorismo. Vi sono, inoltre, difetti nelle norme che costringono le Procure a disporre, in taluni casi,l’esecuzione delle medesime intercettazioni in ciascuno dei procedimenti”, perché non è possibile avvalersi delle intercettazioni disposte in altro procedimento, con conseguenti dispersioni di risorse ed aumento di costi.
La legge del 2025, è bene ricordarlo, introduce un limite massimo di 45 giorni per le intercettazioni ordinarie, prorogabile solo con specifica motivazione per elementi concreti. La norma mira a tutelare i cittadini contro l’eccessivo ricorso alle intercettazioni telefoniche, dopo che erano stati registrati casi di intercettazioni durate anni ed anche di abusi, come nel caso del senatore Esposito del Pd intercettato dalla Procura di Milano nonostante fosse noto che si trattava di un parlamentare nei confronti del quale non era possibile procedere senza l’autorizzazione del Senato. Ma Melillo ha ragione? Il grido di allarme che proviene da un magistrato attento e competente è fondato? Credo di no. Il punto è che la legge vuole contrastare la prassi per cui le intercettazioni sono diventate lo strumento primario (e più facile) di indagine. Sono comode ed efficaci, ma l’abuso che se ne fa rischia di trasformare il nostro Paese nel Grande Fratello di Orwell. Se si giustifica un regime più rigoroso per i reati di mafia e terrorismo, nel caso dei fiancheggiatori e dei c.d. reati spia (reati ordinari che sono agevolati dai collegamenti mafiosi e sono essi stessi indizio dell’esistenza di una organizzazione mafiosa) ammettere il ricorso alle intercettazioni in modo indiscriminato e molto ampio, come per i processi di mafia e terrorismo, ovvero consentire che i colloqui intercettati migrino da un fascicolo di mafia ad un fascicolo per un reato ordinario, significa estendere il regime speciale oltre i suoi limiti. Bisogna ricordare che la disciplina speciale delle intercettazioni ha un prezzo, che è la limitazione delle nostre libertà, limitazione che non è temporanea, perché la battaglia contro le organizzazioni mafiose è tutt’altro che vinta, anzi è riconosciuto che la mafia e la criminalità organizzata in generale si è espansa ed è ormai saldamente radicata in tutto il Paese. Bisogna evitare che in nome di un’emergenza reale e di una guerra di cui non si vede la fine, il tessuto stesso della nostra convivenza civile possa essere compromesso. Quindi no, Melillo non ha ragione.





