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La Fed tra il sogno di Trump e la realtà di Warsh, perché la rivoluzione sarà a metà

Ariel Piccini Warschauer.

Diciamolo subito, a beneficio di chi già prefigura barricate a Constitution Avenue: il rumore di fondo prodotto dalla Casa Bianca sulla Federal Reserve è, finora, inversamente proporzionale ai risultati ottenuti. Donald Trump non è un politico d’accademia, lo sappiamo. È un uomo d’azione che mal sopporta i freni, specialmente quelli monetari. Ma tra le invettive social contro Jerome Powell — bollato come “troppo lento” — e l’effettiva trasformazione della banca centrale in una succursale del Mar-a-Lago, corre un oceano di vincoli istituzionali.

Oggi il nome del “cambio di regime” ha un volto e un curriculum: Kevin Warsh. Scelto dal Tycoon per succedere a un Powell ormai giunto al capolinea del suo mandato (ma non della sua permanenza nel Board), Warsh incarna il dilemma della nuova era Trump. È davvero l’uomo che “trumpizzerà” i tassi d’interesse, o è solo un accorto navigatore che ha capito come superare l’esame di “purezza MAGA” per approdare alla poltrona più alta del mondo finanziario?

A guardare il percorso di Warsh, si nota una metamorfosi degna di nota. Nato come “falco” dell’inflazione, si è presentato alle audizioni in Senato con la colomba nel taschino, allineandosi a quella linea accomodante che la Casa Bianca pretende per alimentare la crescita. Ha evitato le trappole sulle elezioni di mid term e ha evocato la necessità di una svolta radicale. Ma grattando sotto la vernice della retorica, la “rivoluzione” di Warsh appare più tecnica che ideologica, quasi marginale.

Le sue critiche si concentrano su dettagli per addetti ai lavori: preferisce la “trimmed mean” (la media troncata dei prezzi) all’inflazione core. Un tecnicismo che, nella pratica odierna, sposterebbe poco o nulla i parametri della politica monetaria. Vuole una Fed lontana dalle derive “woke” della giustizia sociale e del clima? Benvenuto: la banca centrale ha già ripiegato su questi fronti da tempo, scottata dalle critiche di aver perso di vista il suo mandato principale.

Il vero ostacolo per Warsh non è Trump, ma la struttura stessa della Fed. Il Presidente della banca centrale non è un monarca. È un primus inter pares che conta quanto un qualsiasi altro governatore: un voto su dodici nel FOMC (il comitato che decide i tassi).

E qui arriviamo al “caso” Powell. Con una mossa che rompe ogni prassi diplomatica, l’attuale numero uno ha già fatto sapere che, una volta lasciata la presidenza, resterà nel consiglio dei governatori fino alla scadenza naturale del 2028. Insieme ai tre membri nominati da Biden, formerà una sorta di “guardia pretoriana” dell’indipendenza monetaria, impedendo a Trump di avere la maggioranza assoluta attraverso nuove nomine fedelissime. Persino i “trumpiani” della prima ora, come Christopher Waller e Michelle Bowman, si sono rivelati profili troppo seri per prestarsi a colpi di testa estremisti.

C’è però una nota stonata che non va sottovalutata. Warsh ha descritto la politica monetaria recente come “malfunzionante da tempo”. È un linguaggio pericoloso. Se una volta insediato non riuscirà a compiacere le pretese di tassi a zero di Trump — magari a causa di una fiammata inflattiva dovuta alle tensioni in Medio Oriente — potrebbe cadere nella tentazione di scaricare la colpa sui suoi colleghi “ostruzionisti”.

Il vero rischio non è tanto una svalutazione selvaggia del dollaro, quanto la definitiva politicizzazione di un’istituzione che dovrebbe essere un santuario tecnico. Avere un Presidente degli Stati Uniti e un Presidente della Fed che attaccano all’unisono le decisioni del Board sarebbe un unicum inquietante. La “trumpizzazione” della Fed, dunque, non passerà per i tassi, ma per la reputazione. E in economia, si sa, la reputazione è l’unica moneta che non si può stampare.

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