#CULTURA #TOSCANA

La cultura del vino in Toscana

Roberto Pizzi.

In Italia, intorno all’anno 1400 si erano già affermate le zone caratteristiche della produzione vinicola, dove si andavano perfezionando anche le reti mercantili. 

Tutta la Toscana, nel suo insieme, è partecipe con tinte più marcate di questo processo di sviluppo italiano. Lo studio dei consumi nella Firenze medievale, città che attorno al ‘400 era una delle più grandi d’Europa e, dal lato qualitativo, era la più prospera del continente, ha accertato il notevole sviluppo della produzione e del commercio dei vini toscani, già dalla fine del 1300.  Alimentavano  il consumo fiorentino  i vini prodotti nel Mugello, a Dicomano, Rufina, Vicchio, nel Valdarno superiore, i rossi di San Giovanni Valdarno, di Montevarchi, di Bucine, di Torre a Galatronee Galatrone stesso, i vini del contado di Arezzo e del Casentino, quindi quelli prodotti a nord di Siena, in quasi tutte le località del Chianti, poi il vino di Greve (allora non ancora regione “chiantigiana”), il vino di Monteficalli, oggi Montefioralle, il vino di Vignamaggio, di Uzzano, Lucolena; ed ancora, i vini della Val di Pesa, della Valdelsa, i vini grechi e la Vernaccia di S. Gimignano, quelli di Cerreto Guidi, i pisani della Val d’Era. Tuttavia questa  produzione non era sufficiente e la Toscana doveva ricorrere a massicce importazioni per il suo fabbisogno, a cominciare  dai vini di Tiro, nel Libano, noti dall’età fenicia, da quelli che venivano da Lisbona, o dalle isole egee, nonché dalle grandi zone vinicole della Provenza e della Linguadoca. Ma fra i vini bianchi di maggior pregio  importati da Firenze, ve ne era uno  che a volte superava tutti gli altri per la qualità e questo era il trebbiano di Montecarlo, il quale, insieme ad altri della Lucchesia, era particolarmente apprezzato (Federigo Melis, Il vino bianco di Montecarlo esportato in Firenze fino dal ‘400). Il vino della nostra terra si distingueva per due zone di produzione:  quello delle colline lucchesi (della zona di San Gennaro, Petrognano e  Montecarlo) – che veniva venduto anche a Pisa –  e che nel mese di luglio veniva trasportato di notte, affinché il caldo del giorno non lo sciupasse; il vino della Valdinievole, nella zona dove la valle del torrente Pescia diviene meno angusta (la Valleriana). Per quei tempi, come detto, era pregiato solo il vino nuovo, poiché non conoscendosi  le tecniche del travaso, l’imbottigliamento e l’uso regolare dei turaccioli di sughero (ancora ignorati nel Cinquecento e forse ancora nel secolo dopo) la conservazione era problematica. Si è detto, prodotto di lusso, destinato alle tavole dei ricchi, dove era atteso e salutato con gioia. E prodotto di lusso era il vino lucchese, in particolare quello di Montecarlo, per il quale, nel 1402, il famoso mercante pratese Francesco di Marco Datini mobilitava i suoi collaboratori inviandoli nella zona, affinché la cantina della sua casa di Firenze non ne fosse mai sprovvista. Prodotto in quantità non elevata, ma di altissimo pregio, il vino di Montecarlo  dimostrava  di essere merce preziosa anche  dal peso della gabella che  arrivava ad incidere fino al  40% del suo prezzo, proprio perché era un bene eccezionale, raro, di grande valore. Tuttavia il peso fiscale non pregiudicava la sua affermazione su un mercato di primissimo piano, come quello fiorentino, dove in quegli anni i vini lucchesi erano più noti di quanto lo siano oggi.

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