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L’ultimatum di Trump: Hormuz vale per gli ayatollah una perdita di oltre 6 miliardi dollari

Ariel Piccini Warschauer.

Donald Trump non ha intenzione di fare sconti. La strategia della “massima pressione” ha raggiunto un nuovo, drammatico picco nelle acque strategiche dello Stretto di Hormuz. Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso, i numeri che arrivano dal Centcom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) delineano i contorni di un assedio economico senza precedenti: 41 navi sono attualmente bloccate, impossibilitate a muovere i loro 69 milioni di barili di petrolio.

Un colpo durissimo per le casse di Teheran, stimato in oltre 6 miliardi di dollari. Soldi che il regime non vedrà mai se non accetterà le condizioni della Casa Bianca. «Il blocco è geniale», ha commentato Trump con la consueta schiettezza davanti ai giornalisti. «Militarmente li abbiamo annientati, ora non resta loro che dire: ci arrendiamo».

Ma la vera notizia, filtrata nelle ultime ore tramite Axios, è che la morsa economica potrebbe presto trasformarsi in una nuova ondata di fuoco. Il Presidente riceverà oggi un briefing dall’ammiraglio Brad Cooper sui nuovi piani per una potenziale azione militare. Non si parla di un’invasione su vasta scala, ma di un’operazione “breve e potente”: una serie di raid mirati contro le infrastrutture strategiche iraniane per costringere il regime a tornare al tavolo delle trattative in una posizione di totale debolezza.

Secondo le fonti di Washington, lo stallo nei negoziati nucleari avrebbe spazientito il Commander-in-Chief. Teheran ha provato a giocare la carta della riapertura parziale dello Stretto di Hormuz, ma Trump ha rispedito l’offerta al mittente: non ci sarà alcuna concessione finché l’Iran non accetterà lo smantellamento totale del suo programma nucleare.

Il comandante del Centcom ha confermato che le forze statunitensi hanno intercettato e deviato anche una 42esima nave proprio nelle ultime ore. Il messaggio è chiaro: lo Stretto è chiuso per chiunque cerchi di forzare il blocco imposto dagli USA. “Questo risultato riflette il lavoro eccezionale dei nostri militari. La leadership iraniana non trarrà alcun beneficio finanziario da questo greggio” – Ammiraglio Brad Coope. Lo scenario

Mentre il prezzo del greggio Brent oscilla nervosamente (già sopra i 120 dollari al barile nelle scorse settimane a causa della crisi), Trump scommette tutto sulla capacità di resistenza dell’economia iraniana, che appare ormai prossima al collasso. In Iran, nel frattempo, si rincorrono voci di divisioni interne tra i falchi delle Guardie della Rivoluzione e chi, tra i tecnocrati, teme che il Paese possa non sopravvivere a un’altra estate di embargo totale.

Per Donald Trump, la partita è duplice: o Teheran accetta un accordo “molto migliore del JCPOA di Obama”, o la parola passerà definitivamente ai missili. L’opzione militare non è più un tabù, ma una leva negoziale che il tycoon è pronto ad azionare. Il “colpo di grazia” potrebbe essere più vicino di quanto il regime degli Ayatollah voglia credere.

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