La finanza pubblica nella bufera, quella volta che Carlo Azeglio Ciampi fece il miracolo
Fabrizio Galimberti su InPiù scrive sulla finanza pubblica che è stata a lungo il ventre molle dell’economia italiana.
Nel 1995 il deficit pubblico era più del 7% del Pil, ma il saldo primario era positivo per circa il 4% – il che vuol dire, se l’aritmetica non è un’opinione, che la spesa per interessi era un terrificante 11% e passa del Pil. Ma due anni dopo, nel 1997 – l’anno in cui bisognava mettere i conti a posto, Prodi (capo del Governo) e Ciampi (Ministro del Tesoro), fecero il miracolo: sollevandosi tirando sulle stringhe delle scarpe, fecero scendere il deficit rispetto al 1996 da 6,6 a 3,0 (il famoso ‘drei komma null’). La maggior parte del calo del deficit venne dal calo delle spese per interessi: la credibilità personale di Carlo Azeglio Ciampi era stata incamerata dai mercati. Ma poi, dopo 20 anni di alterne vicende – con il saldo sempre in deficit, ma quello primario sempre in surplus – ci furono due colpi di grazia: la Grande recessione prima e la pandemia poi fecero andare in rosso anche il saldo primario. Indi ci riprendemmo, e oggi l’Italia è il solo Paese del G7 con un saldo primario in avanzo. Insomma, la finanza pubblica non è più il ventre molle dell’economia italiana.
E veniamo a quello che è successo fra il giorno prima della guerra in Iran e il giorno dopo. Giorno prima: gli spread fra i nostri BTp e i BTp degli altri erano al minimo, dopo una lunga – anche se incostante – discesa. Anche il livello dei rendimenti dei BTp era sceso, grazie agli unanimi miglioramenti del rating concessi dalle varie agenzie (la Morningstar aveva addirittura portato l’Italia, l’ottobre scorso, nella zona ‘A’). Ma il giorno dopo gli spread avevano cominciato a salire. Che i tassi aumentino, con l’inflazione che risale, si capisce. Ma perché in Italia sono aumentati di più? La ragione principale dell’impennata dello spread (oggi solo parzialmente rientrata) sta nel fatto che un aumento dei tassi è particolarmente nocivo per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia: appesantisce il servizio del debito. E, dato che l’aumento dei tassi è in presa diretta con l’aumento dell’inflazione, un Paese come l’Italia, che dipende più degli altri dall’energia importata, che non ha il nucleare come Fancia e Spagna, è più esposto ai bellici «dardi e strali della sorte avversa». Guardando più oltre nel tempo, la prima cosa da osservare è che, a guerra finita, non ci sono ostacoli a che le ragioni che avevano spinto i nostri spread al minimo non possano riprendere il sopravvento. La mano ferma nella gestione della finanza pubblica – una fermezza che, come detto, era stata riconosciuta e premiata da mercati e agenzie di rating – deve continuare. I tassi dei BTp intorno al 4% sono pericolosi per gli equilibri di bilancio solo se dovessero continuare. Per adesso, non ci sono alternative al detto siciliano – “Calati juncu chi passa la china” – o a quello di Edoardo: “Ha da passa’ a’ nuttata”. Tanto più che ci sono forti ragioni strutturali a sostenere i fondamentali della nostra finanza pubblica. La Commissione Ue pubblica ogni anno un rapporto sulla sostenibilità dei debiti pubblici (“Debt Sustainability Monitor 2025”). Basti osservare che l’Italia è considerata fra i Paesi a basso rischio: Francia, Germania, Spagna… sono a medio rischio, e Belgio, Finlandia et alia sono ad alto rischio. Il Rapporto si affretta a dire che lo ‘sforzo negativo’ assegnato all’Italia per soddisfare il ‘vincolo intertemporale della finanza pubblica’ (non chiedete cos’è) non è un via libera a spendere, è solo una constatazione che ci sono degli spazi di manovra espansiva se questa si rivelasse necessaria…





