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Sangue sull’Unifil, Hezbollah colpisce la Francia e il Libano è una polveriera

Ariel Piccini Warschauer.

Il cessate il fuoco nel “Paese dei Cedri” si è tinto del rosso sangue dei paracadutisti francesi. Mentre la diplomazia internazionale si riempie la bocca di parole come “de-escalation” e “stabilizzazione”, la realtà del terreno — quella sporca, fatta di polvere e imboscate — ci consegna l’ennesimo martire della pace.

Il Sergente Capo Florian Montorio, del 17° Reggimento Genio Paracadutisti di Montauban, è caduto sotto i colpi di chi, nel sud del Libano, comanda davvero. Non sono state le schegge di un vecchio ordigno a ucciderlo, ma il fuoco diretto, mirato, brutale. Insieme a lui, tre commilitoni sono rimasti feriti, investiti da una pioggia di piombo mentre cercavano di bonificare l’area di Ghanduriyah per permettere ai civili di tornare a casa.

L’affondo di Macron

Emmanuel Macron non ha usato i soliti equilibrismi verbali dell’Eliseo. Su X (l’ex Twitter) ha puntato il dito senza esitazione: “Tutto suggerisce che la responsabilità sia di Hezbollah”. Una dichiarazione che pesa come un macigno e che squarcia il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge la missione UNIFIL.

Da anni scriviamo che i “caschi blu” sono stretti in una morsa: da un lato l’esercito israeliano che preme per spazzare via le minacce al confine, dall’altro le milizie sciite filoiraniane che si muovono come fantasmi tra i villaggi, usando la popolazione come scudo e i tunnel come arsenali. Oggi, colpire il contingente francese — da sempre il più “dialogante” con le realtà locali — significa lanciare un messaggio chiaro: qui non comanda l’ONU, comandiamo noi.

Il ritorno degli sfollati e l’inganno della tregua

L’attacco è scattato proprio mentre le strade del sud, come ad Al-Qasmiyeh, si riempivano di profughi che tornavano verso le proprie abitazioni. Un momento di caos calcolato. Il Genio francese stava lavorando per rendere sicure quelle strade. In cambio, hanno ricevuto il piombo dei “Partigiani di Dio”.

Parliamoci chiaro: se Hezbollah ha deciso di colpire i francesi, lo ha fatto per sabotare l’accordo di tregua di dieci giorni che sembrava reggere per miracolo. Vogliono dimostrare che nessuna forza internazionale può garantire la sicurezza senza il loro “permesso”.

Il silenzio di Beirut

Parigi ora batte i pugni sul tavolo e chiede al governo libanese di arrestare i colpevoli. Ma quale governo? Quello di Beirut è un esecutivo fantasma, incapace di muovere un dito senza il via libera del successore di Hassan Nasrallah o di chi ne ha raccolto l’eredità a Teheran. Chiedere alle autorità libanesi di arrestare i miliziani di Hezbollah è come chiedere a un ostaggio di ammanettare il suo carceriere.

La morte del Sergente Montorio riapre il dibattito sulla missione UNIFIL. Ha ancora senso tenere migliaia di soldati — compresi i nostri ragazzi della brigata Sassari o della Julia — in un’area dove le regole d’ingaggio sono scritte sulla sabbia e i nemici portano la divisa dei civili?

Il rischio è che il sacrificio di Florian sia l’ennesimo tributo pagato a una pace che esiste solo sulle mappe dei palazzi di vetro, mentre sul campo la guerra non è mai finita.

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