Islamabad, tra pragmatismo e sospetto che cosa succede al tavolo delle trattative
Ariel Piccini Warschauer.
Nelle sale ovattate dei palazzi governativi di Islamabad, protette da un cordone di sicurezza che non lascia spazio a errori, si gioca in queste ore la partita più drammatica del nuovo ordine mondiale. È il giorno 43 del conflitto tra Stati Uniti e Iran, e il fatto stesso che le delegazioni siano sedute a pochi metri di distanza è, di per sé, una notizia che ferma il respiro.
Il tavolo di Islamabad: pragmatismo e sospetto
Da una parte il volto della “nuova” America di Donald Trump: il vice-presidente JD Vance, accompagnato dagli uomini chiave della diplomazia familiare e d’affari, Jared Kushner e lo speciale envoy Steve Witkoff. Dall’altra, la vecchia guardia di Teheran che prova a salvare il regime e il Paese dal collasso: il falco del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Il clima è tutt’altro che disteso. Araghchi lo ha detto chiaramente al suo omologo tedesco: «Entriamo in aula con la più totale sfiducia verso Washington». Una sfiducia che ha un nome simbolico: “Minab 168”. È questo il nome scelto dalla delegazione iraniana (composta da ben 71 membri) per onorare le 168 studentesse e insegnanti uccise dai raid americani all’inizio del conflitto.
L’azzardo di Trump: “Hormuz riaprirà comunque”
Mentre Vance ostenta un’apertura condizionata («Siamo pronti a tendere una mano, ma non fateci giocare»), da Washington Donald Trump continua a soffiare sul fuoco del “Great Deal” o della distruzione totale. Il Presidente è stato categorico:
Le navi da guerra americane sono già in fase di rifornimento. Se il tavolo di Islamabad fallisce, il prossimo linguaggio sarà quello dei missili.
Trump ha fretta. L’inflazione negli USA è ai massimi da due anni e la chiusura dello Stretto di Hormuz sta strangolando i mercati energetici. «Riapriremo il Golfo, con o senza l’aiuto di Teheran», ha promesso il tycoon.
Il campo di battaglia: Libano e Gaza non si fermano
Ma la diplomazia di Islamabad deve fare i conti con la realtà del terreno. In Libano, la situazione è fuori controllo. Il Ministero della Salute libanese ha denunciato una strage: 357 morti in un solo giorno di raid israeliani.
Il fronte è un groviglio di richieste incrociate: L’Iran chiedeil cessate il fuoco immediato in Libano e lo sblocco dei propri asset finanziari come condizione per ogni intesa.
Gli USA chiedono a Israele di moderare i colpi per non far saltare il tavolo, ma Tel Aviv prosegue l’espansione dell’offensiva di terra.
Hezbollah continua il lancio di razzi (30 solo ieri) verso la Galilea, a dimostrazione che il comando e controllo delle forze sciite libanesi non è ancora spezzato.
La variabile interna: “America First” o “Israel First”?
Il primo vice-presidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ha lanciato una sfida retorica che punta dritta al cuore dell’elettorato di Trump: «Un accordo è possibile se gli USA seguiranno gli interessi dell’America First invece di quelli di Israel First». È il tentativo di Teheran di infilarsi nelle crepe della politica interna americana, proprio mentre il mondo musulmano ribolle per le nuove leggi israeliane sulla pena di morte ai prigionieri palestinesi, definite dal presidente turco Erdogan «una versione peggiore dell’apartheid».
Verso il 21 aprile
L’orologio corre verso martedì prossimo, quando al Dipartimento di Stato americano si discuterà formalmente del cessate il fuoco tra Libano e Israele. Ma tutto dipende da Islamabad. Se il “Minab 168” tornerà a Teheran senza concessioni, la tregua fragile che scade il 21 aprile potrebbe essere l’ultimo momento di calma prima di una tempesta che nessuno, forse nemmeno Trump, è certo di poter controllare.
Riuscirà il pragmatismo economico della Casa Bianca a prevalere sull’ideologia del martirio degli Ayatollah? La risposta è tra le montagne del Pakistan, in un dialogo tra sordi che il mondo intero è costretto ad ascoltare.





