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Il Mossad colpisce il cerchio magico di Naim Qassem

Ariel Piccini Warschauer.

La guerra non aspetta i tempi della diplomazia. Mentre i canali della politica internazionale cercano di decifrare i contorni di un cessate il fuoco dai contorni ancora sfocati, Israele ha accelerato la sua “caccia all’uomo” nel cuore di Beirut. L’ultimo obiettivo, eliminato mercoledì in un raid chirurgico, è Ali Yusuf Harshi. Non un comandante di brigata, ma qualcosa di più delicato: il segretario personale, nipote e custode dei segreti di Naim Qassem, l’uomo che ha ereditato la guida di Hezbollah dopo l’eliminazione di Nasrallah.

L’eliminazione di Harshi conferma un trend operativo consolidato dell’IDF e dei servizi di intelligence (Aman e Mossad): colpire il “supporto vitale” dei leader. Harshi non si occupava solo di logistica e sicurezza; era l’ingranaggio che connetteva l’ufficio del Segretario Generale con le cellule operative. Colpirlo significa accecare Qassem, costringerlo a cambiare protocolli di comunicazione, e isolarlo. È la decapitazione dei quadri intermedi, quella “zona grigia” tra il comando politico e l’azione militare che è diventata il tallone d’Achille del Partito di Dio.

Mentre i caccia martellavano la capitale con quella che l’IDF definisce la “più grande ondata coordinata di attacchi” dall’inizio dell’operazione Ruggito del Leone, sul terreno la strategia si fa ancora più aggressiva. I reparti della 98ª Divisione, e in particolare la Brigata Paracadutisti, hanno esteso il controllo in settori chiave del Libano meridionale.

Le operazioni notturne hanno preso di mira due valichi strategici. La geografia del conflitto si concentra sui movimenti a cavallo del fiume Litani. Per gli analisti militari, l’obiettivo è creare una “zona di vuoto”: Colpire i punti di passaggio per bloccare il flusso di armi pesanti verso sud e smantellare i “nidi” di Hezbollah, depositi di armi spesso occultati in aree civili, pronti per essere usati in imboscate contro i corazzati israeliani. Israele punta poi a stabilizzare una linea difensiva avanzata che impedisca il ritorno dei commando d’élite Radwan a ridosso del confine. Sullo sfondo resta il giallo geopolitico. Da un lato c’è l’annuncio di Donald Trump su una tregua che includerebbe l’Iran; dall’altro, la realtà del terreno. Benjamin Netanyahu ha ribadito con forza che il Libano resta fuori da ogni intesa di “de-escalation”. Per lo Stato Maggiore israeliano, la missione è incompleta finché Hezbollah non sarà fisicamente impossibilitato a minacciare le comunità della Galilea.

L’offensiva di Beirut, con oltre 100 centri di comando colpiti in poche ore, suggerisce che Israele voglia arrivare al tavolo delle trattative – se mai ci si siederà – da una posizione di dominio assoluto. La caduta di Ali Yusuf Harshi è solo l’ultimo tassello di un mosaico che mira a rendere il Libano un terreno impraticabile per l’influenza di Teheran. La domanda ora è quanto Hezbollah possa ancora incassare prima che la struttura stessa dell’organizzazione collassi definitivamente sotto il peso delle perdite nel suo cerchio più ristretto

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