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Il doppio binario di Washington, l’Fbi vede minacce iraniane e la Casa Bianca scommette sul silenzio

Ariel Piccini Warschauer.

Le carte dell’intelligence, a volte, pesano più delle parole pronunciate davanti ai microfoni sul prato della Casa Bianca. Mentre Donald Trump ostenta sicurezza — quel «No, non sono preoccupato» che serve a rassicurare l’elettorato e a tenere bassa la febbre del conflitto — i terminali dell’FBI e del National Counterterrorism Center battono un tasto diverso: quello della “minaccia persistente”.

Il rapporto del 20 marzo, trapelato grazie al lavoro dell’organizzazione Property of the People, non è solo un documento burocratico. È la fotografia di un rischio asimmetrico che Teheran coltiva da anni. La dinamica è quella del “doppio binario”: da una parte la diplomazia (o la sua assenza), dall’altra l’azione coperta e l’utilizzo del terrorismo islamico.

Per gli analisti di Quantico, il raggio d’azione di Teheran negli Stati Uniti non si limita ai simboli del potere politico o militare. La lista è lunga e variegata: nel mirino ci sono i critici del regime che hanno trovato rifugio in America. Ma anche Istituzioni ebraiche e israeliane: obiettivi sensibili che fungono da moltiplicatore di tensione. Tra i target figura anche Il personale governativo americano, una minaccia che punta a colpire il cuore operativo del Paese.

Ciò che preoccupa maggiormente gli esperti non è solo il “grande attentato”, ma la capillarità del metodo. Il rapporto parla di armi da fuoco, ma anche di scenari più “artigianali” ma letali: accoltellamenti, rammings (investimenti con veicoli), veleni, persino incendi dolosi. È la strategia dei mille tagli, quella che l’Iran ha già testato in Europa e nel Caucaso e che ora cerca di esportare oltreoceano. Un dettaglio nel rapporto merita particolare attenzione: l’uso di operativi già presenti sul suolo americano con status legale. Teheran non sempre ha bisogno di infiltrare commando; spesso preferisce attivare chi già conosce il terreno. E lo fa con strumenti moderni: monitoraggio dei social media, analisi dei livestream e applicazioni di mappatura. La tecnologia civile diventa, nelle mani dei pasdaran, un kit per il puntamento degli obiettivi.

Perché la Casa Bianca ha cercato di “blindare” o minimizzare questi avvertimenti? La risposta è nel termometro del Paese. I sondaggi parlano chiaro: due terzi degli americani chiedono di chiudere rapidamente il capitolo della guerra. In un anno elettorale, ammettere che il nemico è già “dentro le mura” o che la minaccia è imminente significa alimentare una paura che l’amministrazione non vuole gestire.

La portavoce Abigail Jackson parla di “mancanza di contesto” e accusa i media di irresponsabilità. Ma per chi segue le tracce dei servizi iraniani da decenni, il contesto è fin troppo chiaro. L’Iran non cerca necessariamente lo scontro frontale — che sarebbe suicida — ma coltiva la capacità di colpire di sponda, utilizzando estremisti di varia estrazione che vedono nel conflitto attuale una giustificazione per la violenza.

In questa partita a scacchi tra Washington e Teheran, l’intelligence ha lanciato il suo allarme. Ora resta da vedere se il silenzio della politica sarà servito a disinnescare la tensione o se avrà solo coperto il rumore dei preparativi avversari.

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