Libano, la destra di Netanyahu alza il tiro e vuole l’occupazione totale fino al fiume Litani
Ariel Piccini Warschauer.
Non più una “striscia di sicurezza” profonda pochi chilometri, ma l’occupazione militare permanente e totale di tutto il Libano meridionale fino al fiume Litani. È questa la richiesta d’urto che una ventina di parlamentari della coalizione di Benjamin Netanyahu – guidati dal deputato del Likud, Amit Halevi – ha recapitato sul tavolo del Gabinetto di sicurezza.
La mossa, segna un’ulteriore escalation nelle ambizioni politiche della destra religiosa e nazionalista israeliana, che ora chiede apertamente di ridisegnare i confini e la demografia della regione.
La lettera dei parlamentari non usa mezzi termini. Viene chiesto esplicitamente di respingere i piani operativi dell’IDF (l’esercito israeliano), giudicati troppo timidi, che prevederebbero una zona cuscinetto limitata. Al contrario, la “lobby del nord” propone l’evacuazione forzata dell’intera popolazione libanese residente a sud del Litani.
Secondo i firmatari, l’unico modo per garantire il ritorno in sicurezza dei 60.000 sfollati israeliani dell’Alta Galilea è impedire il ritorno dei circa 600.000 civili libanesi nelle loro case, trasformando l’area in una zona sotto esclusivo controllo militare israeliano. “Dobbiamo imparare dagli errori del passato”, scrivono i deputati, citando esplicitamente la necessità di una “vittoria decisiva” che passi per il possesso del suolo.
Tensioni nel Gabinetto di Guerra
La proposta cade in un momento di estrema fragilità diplomatica. Mentre la comunità internazionale preme per l’attuazione della risoluzione ONU 1701 (che imporrebbe il ritiro di Hezbollah oltre il Litani, ma non l’occupazione israeliana), la spinta interna al Likud e dei partiti di estrema destra di Smotrich e Ben-Gvir mette Netanyahu in una posizione complessa: L’IDF teme che un’occupazione di lungo periodo possa trasformarsi in un pantano logistico e in un bersaglio costante per la guerriglia. Una mossa simile sancirebbe la rottura definitiva con l’amministrazione statunitense e gli alleati europei, che già guardano con estrema preoccupazione alla crisi umanitaria regionale.
Per Amit Halevi e i suoi sostenitori, la distruzione delle infrastrutture di Hezbollah non è più sufficiente. L’obiettivo dichiarato è utilizzare il territorio come leva politica definitiva contro il governo di Beirut e l’influenza iraniana. “Non ci sarà sicurezza finché il nemico vedrà le luci delle proprie case dal confine”, sostengono i falchi della coalizione.
Mentre i bombardamenti continuano a martoriare le città del sud del Libano, il dibattito a Gerusalemme si sposta dunque dal “se” continuare la guerra al “come” gestire una nuova, controversa, amministrazione militare in territorio straniero.





