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Israele colpisce l’Iran, uccisa la voce del regime e danneggiati 130 si infrastrutturali

Ariel Piccini Warschauer.

Quella che stiamo osservando nelle ultime ore tra Teheran, Parchin e le coste del Golfo Persico non è la solita rappresaglia muscolare, ma l’esecuzione di un piano preordinato per azzerare la profondità strategica dell’Iran. Le operazioni “Roaring Lion” ed “Epic Fury” – nomi che evocano la determinazione biblica e la furia tecnologica – stanno riscrivendo i rapporti di forza in Iran con una progressione metodica.

L’uccisione di Ali Mohammad Naini non è un “danno collaterale”. Naini era la voce del regime, l’architetto della narrazione che armava ideologicamente i proxy dall’Iraq, al Libano allo Yemen. Eliminarlo significa colpire il sistema nervoso centrale della propaganda dell’IRGC, i pretoriani del regime degli ayatollay proprio mentre le difese aeree di Teheran mostrano falle che fino a pochi mesi fa erano inimmaginabili. Se il portavoce delle Guardie della Rivoluzione cade sotto le bombe nel cuore della capitale, il messaggio di Israele è chiaro: nessuno, nemmeno chi gestisce il consenso interno, è più al sicuro.

La mappa del disarmo

I numeri forniti dall’IDF parlano di 130 siti e infrastrutture colpiti. Ma è la qualità dei bersagli a raccontare la vera storia di questa escalation: da Parchin a Karaj, i santuari della missilistica e dello sviluppo atomico, colpire queste basi significa mutilare la capacità di rappresaglia a lungo raggio di Teheran. Arak e il centro Iran, sono invece, i nodi nevralgici della logistica militare.

Bandar-e Lengeh: rappresenta il fronte marittimo, dove i droni e i rifornimenti verso i rusi e le milizie sciite prendono la via del mare.

Le immagini satellitari diffuse dal Centcom americano sulla fabbrica di missili di Karaj non lasciano spazio a interpretazioni: la precisione delle testate occidentali ha trasformato hangar blindati in scheletri di metallo contorto. È la dimostrazione di una superiorità aerea che non cerca più solo il deterrente, ma la neutralizzazione preventiva.

Il prezzo del conflitto

C’è però un dato che gela il sangue e che la ong HRANA mette nero su bianco: 3.186 morti in tre settimane. È il bilancio di una guerra che si combatte tra i centri di comando annidati nel tessuto urbano e basi segrete. Il fatto che tra le vittime figurino quasi 1.400 civili e oltre 200 bambini racconta di una strategia d’attacco che, pur dichiarandosi chirurgica, sta devastando la tenuta sociale dell’Iran.

Il Grande Gioco tra Washington e Gerusalemme

Resta da capire quanto di questa offensiva sia coordinato con gli Stati Uniti. Il Pentagono monitora, mostra le prove dei danni a Karaj, ma la distinzione tra “strike israeliani” e “strike americani” si fa sempre più sfumata. Siamo di fronte a una tenaglia: Israele colpisce per garantire la propria sopravvivenza immediata, gli Stati Uniti lo fanno per ridimensionare il ruolo globale di un Iran che è diventato il principale fornitore di droni per la guerra di Putin in Ucraina.

Il regime degli Ayatollah si trova ora davanti a un bivio drammatico: tentare una risposta disperata, col rischio di vedere il resto delle proprie infrastrutture energetiche polverizzate, o accettare che il “muro di fuoco” costruito in decenni attorno a Israele si stia sgretolando, pezzo dopo pezzo, sotto il peso di una tecnologia bellica a cui non ha più contromisure.

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