Le banche centrali non muovono i tassi
Giampaolo Galli su Inpiù commenta la decisione delle banche centrali di non muovere i tassi. Durante conferenza stampa di ieri, a un giornalista che chiedeva come la Fed reagirà ad una situazione di “stagflazione”, Jerome Powell ha risposto, piuttosto seccamente, che il termine stagflazione è del tutto inappropriato per descrivere la situazione attuale. Probabilmente questa è la chiave per capire che cosa stanno facendo (o non facendo) le banche centrali. Molti di noi hanno in mente gli shock petroliferi degli anni Settanta e temono che oggi ci si trovi di fronte ad una situazione simile a quella di allora. Ma, a meno di sviluppi bellici drammatici, non è così, per vari motivi sia economici sia geopolitici. Dal punto di vista economico, il prezzo del petrolio quasi quadruplicò nel 1973-74 dopo la guerra del Kippur e poi di nuovo nel 1980 a seguito della rivoluzione degli Ayatollah. Nel 1980, il prezzo medio del petrolio si stabilizzò ad un livello 10 volte più alto di quello del 1972. Per contro oggi, anche qualora il prezzo si stabilizzasse a 100 dollari al barile, l’aumento sarebbe “solo” di circa il 60% rispetto alla media del 2025. In secondo luogo, se deflazionato con l’indice dei prezzi al consumo di febbraio 2026, il valore di 100 dollari al barile è già stato superato molte volte, per circa un terzo del tempo, anche in questo secolo: fra il 2005 e il 2008 (quando raggiunse quota 209) e fra il 2009 e il 2024 quando si spinse oltre quota 150.
Infine, i banchieri centrali sanno bene che uno shock petrolifero, anche accompagnato da forti aumenti del prezzo del gas, ha effetti molto meno importanti che negli anni Settanta perché, a livello mondo, l’intensità di idrocarburi per unità di Pil è oggi più che dimezzato rispetto ad allora. Sulle decisioni dei banchieri centrali influirà anche la configurazione geopolitica attorno al conflitto. Oggi l’Iran è sostanzialmente isolato, il principale importatore di energia è la Cina e l’Opec è molto debole, il che rende poco probabile che i rialzi cui stiamo assistendo diventino permanenti. Inoltre, come noto, anche a seguito della decisione di Obama di consentire il “fracking”, gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore del mondo e sono esportatori netti di idrocarburi. Il che indebolisce ulteriormente quel poco che rimane dell’Opec, anche se non significa affatto che tutti gli americani si arricchiscano, come ha sostenuto Trump; si arricchiranno le compagnie petrolifere, ma si impoveriranno i consumatori americani, già esasperati per l’inflazione del 2022-2023.





