Tra referendum e processi vaticani
Biagio Marzo.
Tempi di referendum e di processi vaticani. A ciascuno il suo. Becciu, il processo da rifare: la giustizia vaticana scopre i suoi limiti. Un caso dalle implicazioni enormi, per i suoi protagonisti e per il contesto in cui si sviluppa. La figura di Papa Francesco emerge con il fuoco sacro di chi vuole fare piazza pulita dove è necessario farla. Ma in gioco ci sono fattori ben più complessi: lo Stato della Città del Vaticano, la Santa Sede, cardinali, monsignori e funzionari vaticani. Un intreccio delicatissimo che non poteva essere affrontato a colpi di sciabola senza distinguere con rigore tra innocenti e colpevoli. Il caso Becciu si muove infatti dentro una zona grigia, dove alcune ombre sono state diradate e altre restano da chiarire. Pesano le ambiguità di un sistema che vive della dicotomia tra giustizia ordinaria vaticana e giustizia canonica propria della Santa Sede; pesa lo scontro sull’acquisto dell’immobile di Londra tra Segreteria di Stato e strutture finanziarie riconducibili allo IOR; pesa, soprattutto, il coinvolgimento di una pluralità di soggetti – cardinali, monsignori, funzionari e intermediari – che impone una domanda tutt’altro che peregrina: chi operava davvero nell’interesse delle istituzioni e chi, invece, per finalità diverse? Lungi da ogni deriva complottista, restano interrogativi che non possono essere elusi. Tra questi, il ruolo di figure esterne e vicende opache, come quelle legate ai presunti accessi abusivi alle banche dati della Direzione Nazionale Antimafia, che gettano un’ombra ulteriore su una storia già di per sé intricata.
In questo quadro si inserisce l’azione di Papa Francesco, animata dall’intento di ristabilire legalità e trasparenza, ma tradottasi anche in scelte che hanno inciso profondamente sull’equilibrio dei poteri. I motu proprio hanno attribuito al Promotore di Giustizia – il procuratore capo – prerogative amplissime, difficilmente riscontrabili persino negli ordinamenti premoderni. Una concentrazione di potere che, alla prova dei fatti, ha sollevato più di una perplessità. Più che un passaggio tecnico, la decisione della Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano rappresenta uno spartiacque. L’inammissibilità dell’appello del Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, sulle assoluzioni ridisegna radicalmente il cosiddetto “processo del secolo” e apre una crepa profonda nella credibilità dell’impianto accusatorio. Il cuore dell’ordinanza è giuridicamente netto: nel giudizio di primo grado è stata accertata una nullità rilevante, dovuta al mancato deposito integrale degli atti e alla produzione di documenti con omissis. Una violazione che incide direttamente sul diritto di difesa e sul principio – cardine anche del diritto canonico – della piena conoscenza degli atti da parte degli imputati. Non è un dettaglio. La Corte richiama il Codice Regio Finocchiaro-Aprile (1913-1930), ancora riferimento del sistema vaticano, e ribadisce un principio elementare: tutto il materiale raccolto dall’accusa deve essere accessibile, senza selezioni discrezionali. In caso contrario, come accaduto, la citazione a giudizio è nulla. Le conseguenze sono pesanti. Il processo dovrà essere rinnovato, ma con un limite decisivo: l’inammissibilità dell’appello rende definitive tutte le assoluzioni. “Il fatto non sussiste”, “non ha commesso il fatto”, “il fatto non costituisce reato” diventano giudicato. Irrevocabili. Il procedimento esce così profondamente ridimensionato. Restano in piedi solo le contestazioni già sfociate in condanna – tra cui peculato e truffa aggravata per il cardinale Giovanni Angelo Becciu, le operazioni finanziarie legate a Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, e alcune imputazioni minori. Tutto il resto esce definitivamente dal perimetro processuale. Non meno significativo è il passaggio sui rescripta pontifici. La Corte ne riconosce la legittimità formale, ma censura la mancata pubblicazione del provvedimento del 2 luglio 2019, che aveva inciso sulle modalità investigative. Ancora una volta, il nodo è la conoscibilità degli atti: senza trasparenza, si produce un vulnus che può compromettere l’intera istruttoria. Il risultato è un paradosso istituzionale. Un processo presentato come simbolo della lotta alla corruzione interna viene smontato sul terreno delle garanzie, non del merito. Non sulle accuse, ma sulle regole. Ed è qui che la vicenda travalica le mura leonine. In qualsiasi ordinamento, un errore di tale portata imporrebbe una riflessione immediata sulle responsabilità dell’accusa. In Vaticano, invece, resta aperto il nodo del rapporto tra funzione giudiziaria, assetto istituzionale e pressione mediatica. Per gli imputati assolti, la decisione restituisce piena dignità giuridica, ma non cancella il danno reputazionale subito. Per la giustizia vaticana si apre una fase cruciale: la rinnovazione del processo sarà un banco di prova sulla sua capacità di coniugare autorità e garanzie. Il “processo del secolo”, oggi, appare soprattutto come il processo ai limiti di un sistema. E la lezione che ne deriva è tanto semplice quanto decisiva: la giustizia, anche quando è animata dalle migliori intenzioni, non può permettersi scorciatoie. Perché senza regole certe e rispettate, anche la volontà più nobile rischia di trasformarsi in un errore.





