“Il tiro al piccione”, il libro del magistrato che…c’è un giudice a Berlino
Alessandro Palumbo.
Un giudice senza umanità è un giudice senza giustizia è una frase che mi ronza in testa, letta non ricordo dove, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo la lettura de “il tiro al piccione” l’ultimo libro di Guido Salvini.
Il libro è la storia di un percorso quarantennale nel Palazzo di Giustizia di Milano, un libro scorrevole, ma non semplice.
Nel corso della sua carriera Salvini è stato protagonista di importanti inchieste sul terrorismo rosso e nero, ha riscritto la storia di Piazza Fontana, scoperto gli assassini di Ramelli, si è occupato di terrorismo islamico, è stato consulente di molte commissioni parlamentari di inchiesta (caso Moro, caso Orlandi-Gregori etc.)
Da magistrato indipendente, ha sempre considerato il suo un ruolo da civil servant, oltre che una opportunità per guardare negli occhi l’umanità, per cercare di comprendere quel percorso tortuoso che è la vita.
Nel suo libro infatti accanto al racconto di casi importanti ci sono anche casi che non hanno avuto l’onore delle cronache, ma che hanno rappresentato un momento di riflessione e il momento in cui l’umanità si è accompagnata alla legge per diventare giustizia.
Leggere il caso degli sposini senza nome o della guardia giurata fantasma aiuta a capire la personalità del giudice Salvini e la sua idea di giustizia forse più che il racconto delle indagini più importanti.
Una prima parte scorrevole ma non semplice, perché ogni racconto ci costringe a confrontarci con la nostra idea di giustizia.
La seconda parte del libro invece è la storia dolorosa di un Palazzo più attento a costruire personaggi, carriere, rapporti di potere, connivenze con la stampa fino al punto di isolare e il “mascariare” chi non si adegua. Un tiro al piccione dove il piccione è il giudice Salvini che vorrebbe solo fare il suo dovere o più prosaicamente il suo lavoro.
Un tiro al piccione fatto di denunce al CSM, ostacoli alle indagini, falsità.
Tutto è raccontato citando documenti, facendo nomi e cognomi mettendo a nudo sentimenti e paure, ma anche la incrollabile volontà di andare avanti.
Ci sono i “cattivi” ,colleghi disposti a tutto per fare carriera e i “buoni” quelli che “tengono famiglia” ti danno ragione, ma non si espongono.
I corridoi del Palazzo di Giustizia diventano labirinti dove guardarsi le spalle, il CSM il simbolo dell’ignavia.
Le giornate passate a indagare contro tutto e tutti, con l’ansia di quello che potrebbe succedere.
Un romanzo di Durrenmatt? O una storia semplice di Sciascia, dove il procuratore della Repubblica è lo studente ignorante che affronta in maniera arrogante il suo vecchio insegnante.
Un libro da leggere per capire la complessità del giudicare, citando Sciascia “il potere di giudicare i propri simili non può e non deve essere vissuto come potere………un continuo sacrificarsi all’inquietudine , al dubbio”.
Il libro può essere letto in due parti, la prima dove l’insegnamento di Sciascia è vissuto nelle storie raccontate con umanità, con la voglia di capire prima di giudicare, la seconda parte come la storia di chi non solo Sciascia non lo ha capito, ma forse non lo ha neanche letto, ed esercita il proprio ruolo come potere.
Anche in questo caso c’è però un giudice a Berlino; tutte le accuse e le menzogne usate nel tiro al piccione cadono sotto la scure delle evidenze, dopo sette anni di tritacarne.
In tempi di referendum questa lettura potrebbe essere utile per aiutare nella scelta del SI, anche se il giudice Salvini con grande signorilità non ha partecipato alla gazzarra referendaria ma il libro va oltre, non è un instant book, è un libro di formazione, un percorso umano nei labirinti della legge cercando la giustizia.





