Come l’Idf ha assassinato Ali Larijani
Ariel Piccini Warschauer.
La guerra delle ombre è uscita definitivamente dal cono d’ombra. Non sono più solo sabotaggi, virus informatici o i “colpi chirurgici” dei droni. È una demolizione sistematica, un pezzo alla volta, dell’intera architettura di sicurezza della Repubblica Islamica. Dopo il colpo sferrato il 28 febbraio contro l’Ayatollah Ali Khamenei, l’intelligence israeliana ha chiuso il cerchio sul “bersaglio numero uno”: Ali Larijani.
Larijani non era un bersaglio qualunque. Era l’uomo delle istituzioni, il diplomatico con la pistola sotto la veste, il “leader de facto” che cercava di tenere insieme i cocci di un regime sotto assedio. La sua fine, avvenuta a 1.600 chilometri dalle basi di decollo dell’IDF, segna un punto di non ritorno tecnologico e psicologico.
Le fonti della difesa israeliana confermano che Larijani sapeva di avere il tempo contato. Per due settimane ha vissuto come un fantasma, spostandosi ogni poche ore tra rifugi sicuri e appartamenti anonimi. Una tattica di “disorientamento costante” che però non è bastata a neutralizzare le capacità speciali messe in campo dal Mossad e dall’intelligence militare di Tel Aviv.
Non è stata solo una questione di satelliti. Per tracciare un uomo del calibro di Larijani serve la “firma”: un segnale captato nel momento sbagliato, un corriere infedele, o forse l’uso di quella tecnologia di riconoscimento che Israele sta testando sui campi di battaglia di Gaza e del Libano, ora proiettata nel cuore della Persia.
IMentre i jet puntavano sul rifugio di Larijani, un’altra cellula operativa colpiva il vertice nazionale dei Basij. Quest’ultimo aveva scelto di non dormire più nei quartier generali ufficiali, troppo esposti, preferendo tende di fortuna in località isolate. È il paradosso della sicurezza moderna: tornare alle origini, al nomadismo, per sfuggire all’occhio elettronico. Ma l’IDF ha dimostrato di poter colpire simultaneamente in punti distanti del Paese, con un coordinamento che richiede una filiera decisionale cortissima.
Il Capo di Stato Maggiore, Eyal Zamir, e l’esecutivo politico hanno dato il via libera in una manciata di minuti. È la dottrina del “tempo reale”: l’intelligence identifica, il politico firma, il pilota sgancia.
Il fattore distanza
Colpire in Iran non è come colpire in Libano. Richiede rifornimenti in volo, guerra elettronica per accecare i radar russi e iraniani, e una conoscenza millimetrica dello spazio aereo nemico. Il successo di questa missione invia un messaggio chiaro a chiunque sia rimasto nella gerarchia di Teheran: nessun bunker è abbastanza profondo, nessuna tenda abbastanza anonima.
Washington osserva. Fonti della difesa suggeriscono che questa decapitazione della leadership iraniana possa accelerare il raggiungimento degli obiettivi strategici regionali degli Stati Uniti. Resta l’incognita della reazione: cosa resta di un potere che, perso il suo “Grande Vecchio” e i suoi operativi più esperti, si ritrova ora nudo di fronte al nemico?





