Transumanesimo: lo scandalo selettivo dell’uomo
Paolo Benini.
Ogni epoca ha il suo scandalo tecnologico. Oggi la parola che agita il dibattito è transumanesimo. Il termine indica una prospettiva abbastanza chiara: l’idea che l’uomo possa usare la tecnologia per superare i propri limiti biologici, modificando o potenziando il proprio corpo e le proprie capacità cognitive. Non si tratta semplicemente di curare una malattia, ma di aumentare ciò che l’uomo è in grado di fare: vivere più a lungo, rafforzare le capacità fisiche, ampliare le funzioni cognitive, integrare il cervello con sistemi artificiali o intervenire geneticamente su alcune caratteristiche biologiche.
Una parte di questo processo, in realtà, è già cominciata. L’ingegneria genetica consente di intervenire sul DNA; le protesi avanzate sostituiscono arti e funzioni corporee; dispositivi impiantabili regolano il battito cardiaco o alcune attività neurologiche; le interfacce cervello-computer stanno iniziando a collegare direttamente il sistema nervoso con macchine esterne. Non è fantascienza: è ricerca scientifica e tecnologia già in atto.
Ed è proprio qui che il dibattito diventa curioso. Perché la stessa umanità che oggi discute scandalizzata del transumanesimo è la stessa che da decenni interviene sul proprio corpo in modi sempre più profondi. Alcuni interventi hanno suscitato reazioni relativamente tranquille, altri invece hanno provocato vere e proprie tempeste morali. Un arto artificiale ha generato soprattutto stupore per l’ingegno tecnico. Molto diverso è stato il caso dei trapianti di organi: spostare un cuore da un corpo a un altro apparve a molti, all’inizio, come una violazione inquietante dell’ordine naturale. Non a caso nacquero registri dei donatori, campagne culturali e associazioni impegnate a diffondere quella pratica. Oggi nessuno si scandalizza più. È semplicemente medicina.
Nel mezzo si collocano tutte le tecnologie che sostituiscono o integrano parti del corpo umano: valvole cardiache artificiali, pacemaker, protesi sempre più sofisticate. Alcune hanno suscitato entusiasmo, altre perplessità, altre ancora un misto di fascinazione e diffidenza. È la reazione tipica che accompagna quasi ogni innovazione che tocca direttamente il corpo umano.
E poi c’è l’aborto. Qui il discorso diventa ancora più netto. Non si tratta più di sostituire un organo o riparare un corpo. Si tratta della possibilità di intervenire direttamente su un processo biologico di sviluppo umano. In alcune circostanze si può decidere se una vita debba iniziare oppure no. E, nei casi di gravi anomalie fetali, si può decidere di interrompere quello sviluppo. Possiamo discuterne all’infinito, essere favorevoli o contrari. Non è questo il punto. Il punto è che qui l’uomo non si limita a modificare il corpo. Interviene addirittura sulla possibilità stessa che una vita esista. In qualche modo esercita una forma di selezione. È difficile sostenere che una specie capace di fare questo non abbia già superato da tempo il confine della cosiddetta natura intoccabile.
Eppure, quando il discorso si sposta sul transumanesimo, improvvisamente riappare il tono scandalizzato. Come se ci trovassimo davanti a qualcosa di completamente nuovo.
In realtà stiamo semplicemente assistendo all’ennesimo passo di una traiettoria già avviata. Tra coloro che riflettono apertamente su queste prospettive compaiono figure come Ray Kurzweil, il filosofo Nick Bostrom, l’imprenditore Peter Thiel e Elon Musk. In questi giorni Peter Thiel è stato a Roma per alcuni incontri pubblici. Le sue posizioni politiche possono piacere o meno, ma qui sono irrilevanti. Il punto è che alcune delle figure più influenti dell’innovazione tecnologica stanno semplicemente prendendo atto di una direzione già in corso.
La vera dinamica, infatti, non è tecnologica. È psicologica.
Da una parte c’è la paura di ciò che potremmo diventare. L’idea che intervenire sul cervello o sulle capacità cognitive possa produrre un essere umano diverso, forse non più riconoscibile. Dall’altra parte c’è una paura molto più antica e molto più concreta: la paura di finire.
Ogni uomo sa che morirà. Gli animali sembrano non possedere questa anticipazione mentale della morte. Vivono, muoiono e basta. L’uomo invece convive con la consapevolezza della propria fine. Ed è da questa consapevolezza che nasce gran parte della spinta tecnologica: prolungare la vita, aumentare le capacità, ridurre la fragilità biologica. Il transumanesimo non è altro che l’espressione più esplicita di questo impulso.
Alla fine, quindi, il dibattito non mette davvero di fronte progresso e morale. Mette di fronte due paure.
La paura di ciò che potremmo diventare.
E la paura di ciò che sappiamo con certezza: che ognuno di noi, prima o poi, finirà.
Il resto sono discussioni per passare il tempo. Discussioni che l’uomo ama moltissimo, soprattutto quando servono a dimenticare una cosa semplice: mentre discute, la sua direzione nel mondo continua ad andare avanti, più o meno consapevolmente.
Sempre nella stessa direzione: diventare immortale.





