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Medici lucchesi nel Risorgimento

Roberto Pizzi.

​Il Risorgimento italiano inizia, secondo autorevoli storici, alla fine del 1700  con la campagna d’Italia della Francia Rivoluzionaria. Sia stata passiva o no, cioè imitazione di quella francese, la rivoluzione italiana prendeva corpo in quegli anni, quando si produssero importantiriforme politiche, seppure provvisorie (si pensi all’introduzione del Codice Civile che riduceva al minimo le prerogative della Chiesa in materia matrimoniale, con l’introduzione del divorzio; oall’introduzione della libertà di stampa e all’apertura del ghetto romano del 17 febbraio 1798).

​Partiamo da questo periodo per concentrarci, nel nostro panorama locale, sulle figure di quei medici che seppero coniugare il pensiero scientifico con l’azione, anche con le armi. Nel movimento giacobino lucchese di allora, spiccava il medico Giuseppe Belluomini, nato nel 1776 a Viareggio.   Laureatosi in medicina, a Pisa,  si impegnò nella vita politica di quei tempi, animato da una forte avversione contro i privilegi degli aristocratici e partecipò al Governo della Repubblica, svolgendo importanti missioni in Francia. Nella fase in cui Lucca fu principato sotto la sorella di Napoleone, divenne Ministro del Culto. Quando il regime napoleonico fu travolto e il 15 Marzo 1814 i Baciocchi abbandonarono Lucca,  una turba di popolani sanfedisti di Viareggio disarmò le poche guardie che vi erano di guarnigione e capeggiati  da un certo Sebastiano Belli, detto il Morino,  pregiudicato anche per ordinari delitti, cercò di vendicarsi del Belluomini, facendo irruzione nella sua casa. Ne seguì un conflitto, nel quale il Belluomini uccise il popolano e riuscì a scappare, abbandonando il territorio lucchese. Esiliato dai Borboni visse a Londra, facendo il medico omeopatico ed acquistando buona fama per aver curato la cantante lirica Maria Felicita Malibran che godeva, allora, di una fama internazionale. Nel 1840 tornò in Italia, abitando a Lucca, poi a Viareggio e infine a Firenze, dove morì nel 1854.

Gli ideali democratici e la lotta per l’unità e l’indipendenza nazionale proseguivano anchenegli anni seguenti. Già dopo i fallimenti dei moti del 1831 si erano segnalate presenze repubblicane nella zona agricola del Compitese (vicino al confine con Pisa), guidate dai fratelli Borrino, i quali avevano impiantato una stamperia clandestina che diffondeva la “Gazzetta del Serchio” (1835), manoscritta e riportante sulla testata il motto della Giovine Italia di Mazzini : “Perseguitate colla verità i vostri persecutori. Scrivete”. Pieve Fosciana (allora, sotto il ducato estense di Modena) aveva conosciuto nel 1831 la “rivolta del tricolore”. A Seravezza e a Pietrasanta, nel 1831 erano stati arrestati dagli sbirri il medico Michele Carducci, i fratelli Gaetano e Giovan Battista Bichi,  e Antonio Gherardi Angiolini, a seguito dell’intercettazione di una lettera compromettente indirizzata proprio a Carducci, nella quale si parlava del “santo Tempio della libertà”. Il focoso Michele Carducci, (1808-1858), padre del poeta Giosuè, quando studiava medicina all’università di Pisa si era affiliato alla Carboneria, ed insieme agli altri arrestati faceva parte della società  segreta dei Militi Apofasimeni, fondata dal nobile piemontese Carlo Bianco di Sant Jorioz, che poi confluì nella mazziniana Giovine Italia.

Come medico, curò  con intelligenza ed amore la povera gente e si impegnò a contrastare l’ epidemia di colera scoppiata nell’estate del 1855 nella zona di Piancastagnaio: non solo organizzò l’assistenza sanitaria, ma studiò la malattia, dissezionando i cadaveri e stendendo una relazione che fu data alle stampe. 

Un altro sanitario partecipe di quei tentativi insurrezionali del 1830-31 fu Angelo De’Giusti(1806-1868), il quale fu il primo in assoluto a laurearsi sia in medicina che in chirurgia nell’effimera Università di Lucca, da poco costituita.  Nella sua cameretta dell’ospedale San Luca, dove esercitava la professione,  organizzava segrete riunioni coi giovani liberali lucchesi, ispirandosi ai principi della Giovine Italia di Mazzini. La repressione  dei moti insurrezionali del 1831, scoppiati a Modena, Parma e Bologna, colpì anche i lucchesi: diversi giovani liberali furono condannati all’esilio ed Angelo De’ Giusti subì, nella primavera del 1832, in pieno centro cittadino, la feroce aggressione di due gendarmi che lo ridussero in fin di vita

Infine, ricordo il nome di un altro medico: Tommaso Paoli, presente in quel gruppo di cospiratori che vennero definiti, in un rapporto del prefetto di Lucca, come “certi capi caldi che già figurarono nelle vicende passate”.

Tommaso Paoli contribuì alla nascita della Loggia Massonica “Francesco Burlamacchi” e ne fu uno dei  primi Maestri Venerabili. Il suo nome  figura nelle cronache locali nei giorni seguenti la morte di Giuseppe Mazzini, a Pisa, il 10 marzo 1872. Paoli partecipò al grandioso funerale che accompagnò la sua salma  da Via della Maddalena,  fino alla stazione. Nell’aspra polemica con i clericali lucchesi –  che nel loro giornale   avevano definito l’appena scomparso Giuseppe Mazzini  un “terrorista e un traviatore della gioventù” – Paoli insorse  indignato contro queste accuse e chiese insieme ad altri la ritrattazione sulla stampa. Esiste una sua corrispondenza diretta con il fornaio fiorentino Dolfi, fondatore della Fratellanza Artigiana d’Italia ed il suo nome è citato in altre lettere dello stesso fondo preso la Domus Mazziniana di Pisa.

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