La Chiesa cattolica e il referendum sulla giustizia
Il ruolo della Chiesa cattolica nel referendum sulla giustizia è analizzato da Sergio Talamo sul Riformista.
Il valore civile, ma anche cristiano, del passo indietro. Nel delirio delle dichiarazioni ossessionate dal darsi ragione, fa notizia la decisione di monsignor Francesco Savino, uomo forte della Cei, di non partecipare al convegno di Magistratura democratica “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”.
Un abito talare accanto alle toghe combattenti avrebbe aggiunto un altro tassello ad una degenerazione sotto gli occhi di tutti. Non è in discussione il diritto di politicizzare un referendum. Lo hanno fatto tutti e da sempre, quindi su questo lo scandalismo non attacca. Il punto è la deformazione della realtà – “a chi vuole che la politica controlli la magistratura, la risposta è no”. È il trattare da fascisti o criminali i fautori della riforma. È l’ormai esplicito capovolgimento della civiltà giuridica: cosa ci farebbe un uomo di Chiesa accanto a chi sostiene che il processo serve a dimostrare non la colpevolezza ma l’innocenza dell’imputato? Magistratura democratica non è una sede neutrale, ma il laboratorio ideologico del giustizialismo e un baluardo del correntismo giudiziario. Andarci proprio mentre il Paese si divide in due significava inevitabilmente entrare in una partita politica. Per questo, la scelta di fermarsi va letta come un gesto di prudenza ecclesiale e soprattutto di richiamo ad un ruolo della Chiesa che dev’essere ben più alto rispetto alle fazioni.





