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La strategia di Tel Aviv sull’Iran, creare le condizioni per la rivolta

Ariel Piccini Warschauer.

Non è una questione di “se”, ma di “come” e “quando”. Nel quartier generale della Difesa israeliana, la dottrina sulla guerra contro l’Iran si sta cristallizzando attorno a una distinzione sottile, ma fondamentale per gli equilibri del Medio Oriente: il rovesciamento del regime di Teheran non è un obiettivo militare diretto, ma lo scopo strategico finale è creare le condizioni affinché a farlo sia il popolo iraniano.

Secondo fonti della sicurezza citate dal Jerusalem Post, l’IDF (le forze di difesa israeliane) sta operando con una priorità tecnica immediata: neutralizzare la minaccia dei missili balistici. Ma dietro la pioggia di fuoco che ha colpito le infrastrutture militari della Repubblica Islamica negli ultimi giorni, si cela un disegno politico più ampio. L’obiettivo non è un’invasione di terra o una sostituzione forzata della leadership – scenario che Israele considera rischioso e storicamente fallimentare – bensì l’indebolimento sistematico degli apparati di repressione.  

Il fattore interno

“L’IDF ha sempre sperato di migliorare le condizioni che potrebbero rendere possibile un cambio di regime in Iran, qualora l’opposizione interna fosse pronta a scendere di nuovo in piazza in numero sufficiente”, spiegano fonti della Difesa. In altre parole, l’aviazione israeliana sta cercando di “aprire una finestra” di vulnerabilità. Colpendo le basi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e i loro depositi missilistici, Israele mira a spogliare il regime della sua aura di invincibilità e, soprattutto, delle risorse necessarie a soffocare le rivolte interne.  

Questa strategia riflette un cauto ottimismo che serpeggia tra i vertici di Tel Aviv e Washington. Nonostante lo scetticismo di alcuni alleati, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il Presidente Donald Trump hanno iniziato a parlare apertamente di “creare le condizioni per il popolo iraniano”. Un messaggio rilanciato anche sui social media, dove Netanyahu ha suggerito che il momento della libertà per gli iraniani “arriverà prima di quanto si pensi”.  

La missione militare: ridurre la minaccia balistica

Sul piano strettamente operativo, la priorità resta la distruzione degli arsenali. Le fonti militari riferiscono che Israele ha già eliminato circa l’80% dei lanciatori di missili iraniani. L’obiettivo è arrivare al 95%, una soglia che permetterebbe alla popolazione israeliana di tornare alla normalità, riducendo la minaccia a “un lancio ogni pochi giorni”, gestibile dai sistemi di difesa aerea.  

Una volta neutralizzata la capacità offensiva di Teheran, Israele punta a una “situazione a tempo illimitato” per continuare a colpire l’apparato repressivo della Repubblica Islamica. L’idea è quella di un logoramento costante: ogni volta che il regime tenterà di riarmarsi o di rafforzare il controllo interno, la pressione militare aumenterà.  

I rischi della transizione

Tuttavia, gli esperti avvertono che il vuoto di potere non garantisce una democrazia liberale. Il rischio è la nascita di quello che alcuni analisti chiamano “IRGCistan”: uno Stato controllato dai militari che potrebbe rivelarsi ancora più aggressivo per consolidare il potere interno.  

Per ora, la scommessa di Gerusalemme resta alta. Israele non vuole essere l’esercito che occupa Teheran, ma vuole essere la forza che toglie le catene alle mani di chi, a Teheran, è pronto a ribellarsi. La guerra non finirà con un trattato, ma con il crollo – sperano i vertici dell’IDF – di un sistema che non avrà più i mezzi per difendersi dai propri cittadini.

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