#CULTURA

Voci contro la società dei consumi: Bianciardi, Pasolini e gli altri

Luciano Luciani.

Quali, gli scrittori e le opere che hanno dato l’allarme riguardo ai guasti indotti dalla dilagante “società dei consumi”, configuratasi anche nel nostro Paese nei secondi anni Cinquanta e lungo l’intero decennio dei Sessanta del secolo scorso? Un tempo connotato dalla  tendenza ad accrescere oltre misura il consumo privato di beni voluttuari a discapito delle esigenze sociali: un orientamento distintivo delle società del benessere ad alto livello di sviluppo industriale. Nasce il consumismo: un termine usato prevalentemente in un’accezione negativa per indicare l’atteggiamento di chi, soggiacendo alle sollecitazioni della pubblicità, tende a un utilizzo dilatato di beni e servizi, proposti come simbolo di benessere personale e prestigio sociale. 

Già negli anni Cinquanta osserviamo le prime tracce letterarie di un disagio diffuso riguardo alle inedite novità in atto nel tessuto economico, sociale, culturale, psicologico della nostra società. Le troviamo, per esempio, in Ottiero Ottieri (Roma, 1924 – Milano, 2002) che in Tempi stretti, 1957, indaga sul mondo operaio alienato, ridotto a cosa e privo di libertà, stravolto dagli ingranaggi della tecnologia, e due anni più tardi con Donnarumma all’assalto, mette a fuoco la caotica industrializzazione del sud Italia. Qualche anno dopo è Paolo Volponi (Urbino, 1924 – Ancona, 1994), con Memoriale, 1962, e La macchina mondiale, 1965 a rappresentare, simbolicamente, i rapporti malati tra individui e strutture produttive. Ma è soprattutto Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti Corsari, articoli pubblicati sulle colonne dei quotidiani “Corriere della Sera”, “Paese Sera”, e riviste come “Tempo illustrato”, “Il Mondo”, “Nuova generazione” tra il gennaio del 1973 e il febbraio del 1975, a trattare della società di massa e, in particolare, della società italiana e della sua trasformazione, descrivendola come «…lacerata, violata, bruttata per sempre…». Pasolini non è contrario al consumismo vissuto come un compenso di reale benessere generale e necessario (scuole, strutture sanitarie…); è contrario al consumismo come si era venuto configurando in Italia, dove si era permessa la diffusione di merci superflue senza prima aver soddisfatto i bisogni primari della gente.
Egli osserva come gli antichi valori siano stati sostituiti da altri ideali: l’«edonismo perfettamente irreligioso» e l’egoismo, hanno permesso la sostituzione dei vecchi sistemi di valori operai e contadini con i nuovi sistemi di valori interclassisti; un nuovo potere comanda la società e una nuova ideologia unifica tutti: il consumismo.
Pasolini si rende conto che, con il conseguente nuovo potere che ne è derivato e i suoi processi di acculturazione, l’uomo da buon cittadino, attaccato alle proprie radici, onesto, tradizionalista e religioso, è diventato soltanto un buon consumatore. Poeta, romanziere, regista cinematografico Pasolini si sofferma soprattutto su quel tipo di società che, negli anni ’50 e ’60, si è affermata in Italia, deturpandone l’aspetto territoriale e mutando il carattere dei suoi abitanti. Il letterato friulano così descrive la trasformazione del nostro Paese: «…è avvenuto tutto in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni. È stata una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia distruggersi, scomparire. Adesso, risvegliandoci forse da quest’incubo, e guardandoci attorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare…».  L’essenziale naturalezza e l’originalità del mondo proletario e sottoproletario sono state soppiantate dalla banalità e dall’ angosciosa volontà di uniformarsi”, proprie della società del benessere. Per lo stesso procedimento, le culture del Terzo Mondo si vanno progressivamente perdendo a causa dei loro più consistenti contatti con i paesi “sviluppati”. Pasolini puntualizza razionalmente i concetti espressi: per esempio la scelta del termine “acculturazione” anziché “cultura” spiega in quale senso Pasolini definisca la società contemporanea dei consumi: “il più repressivo totalitarismo che si sia mai visto”. E in maniera ancora più diretta, così si esprime lo scrittore: “Io credo profondamente che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato società dei consumi.” Questa, in estrema sintesi, la postura intellettuale di Pasolini. 

C’è un altro scrittore almeno altrettanto corrosivo nei confronti della società consumistica, del boom industriale ed economico, del neocapitalismo e del mondo che ne derivò. Si chiama Luciano Bianciardi, è toscano, grossetano, nato nel 1922. Dopo un lungo apprendistato letterario, raggiunge il successo nel 1962 con La vita agra, il libro che per primo disvela come il consumismo di massa, allora ai suoi albori, sia soltanto una chimera, un’illusione “tossica” i cui effetti stiamo ancora pagando sotto forma di disastri economici, ambientali, lo scempio della perdita della nostra stessa umanità. Le cementificazioni selvagge di quegli anni hanno asfaltato non solo le nostre città e le nostre coste, ma anche i nostri cuori, trasformandoci da lettori in “telespettatori ultrapiatti”. Nella cosiddetta “trilogia della rabbia”, tre romanzi, Il lavoro culturale, 1957, L’integrazione, 1960, La vita agra 1962, e, soprattutto, centinaia di articoli di articoli e traduzioni dei più importanti scrittori americani, da Saul Bellow a Henry Miller, da William Faulkner a Norman Mailer, da John Steinbeck a Jack Keruoac, Bianciardi cercò di contrastare, “dando l’allarme”, la deriva in atto: gli indirizzi dominanti verso un mondo che, continuando a progredire, non permetteva a nessuno di progredire veramente. “Siate voi stessi” – affermava Bianciardi dalle pagine dei suoi romanzi e delle decine e decine di editoriali, articoli, recensioni pubblicati su “Le Ore”, “Playmen”, “ABC”, “Guerin Sportivo” – “siate coerenti con voi stessi, toglietevi il para-occhi, liberatevi delle comodità che vi inchiodano a una sedia, a una scrivania, a un televisore e pensate con la vostra testa”. In quegli anni di luci colorate, Lambrette, frigidaire, Seicento, egli, a ogni nuova scoperta di benessere, fu l’unico a non credere in quei beni di consumo, che, oggi, ci hanno ridotto non ad acquistare, ma a essere acquistati, non a consumare, ma a essere consumati”. Milano, ai suoi occhi, diventa il simbolo della spregiudicatezza e dell’ingiustizia del potere in Italia. La grande città, la metropoli che condiziona, ingloba, appiattisce, distrugge tutto. Anche i sogni, la solidarietà, gli ideali. “Bastano pochi mesi” scrive Bianciardi “perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra vent’anni tutta Italia si ridurrà come Milano”. E in una lettera all’amico grossetano Mario Terrosi del 1 marzo 1962, scrive: “Son riuscito a scrivere un libro che ritengo la mia cosa migliore… Si intitola La vita agra, ed è la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare. Per il resto nulla di nuovo. C’è il miracolo economico, l’espansione dei consumi, il boom economico, ed anche editoriale. In cambio non si vede mai un amico, ci si accorge d’essere considerati non come uomini, ma come funzioni (quello che traduce, quello che scrive, quello che dirige e così via), si capisce anche che se per tua disgrazia crepi gli altri ti scancellano e sei sparito…”. E in un’altra lettera a Terrosi dell’ultimo giorno del 1962: “In Italia stanno impazzendo: Milano di notte sembra un Luna Park, hanno attaccato lumini anche alle palle di Sant’Ambrogio, e la folla compra, compra, compra. Figurati che comprano anche i libri…

Dalle pagine de La vita agra, pubblicato nel 1962, 64 anni fa, a proposito del tanto decantato “miracolo economico”, lo scrittore grossetano scriveva: “I miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due frigoriferi, due lavatrici. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Un’opposizione pagata cara. Con l’incomprensione e il conseguente isolamento, la solitudine. Morì, Bianciardi, a soli 49 anni, il 14 novembre 1971. Da solo, dopo 19 giorni di agonia. nella sezione D, letto 106, del reparto di Medicina Interna al quinto piano dell’Ospedale San Carlo di Milano. Al suo funerale si presentarono appena quattro persone.

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