Lo Stretto di Hormuz non è un passaggio, ma una trappola di fuoco
Ariel Piccini Warschauer.
Lo Stretto di Hormuz non è più un passaggio, è un’arena di metallo e fiamme. Mentre il prezzo del greggio Brent scavalca la barriera psicologica dei 120 dollari, le acque del Golfo Persico si trasformano nel teatro di una caccia all’uomo – e alla mina – che non ha precedenti. Nelle ultime 24 ore, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha sferrato un colpo durissimo alla strategia di “negazione marittima” di Teheran, annunciando l’eliminazione di 16 imbarcazioni iraniane cariche di mine, intercettate prima che potessero disseminare i loro ordigni lungo l’arteria vitale del commercio mondiale.
La pioggia di fuoco del Centcom
L’operazione, documentata da video diffusi sui canali social del Centcom, mostra una precisione chirurgica. Proiettili guidati hanno centrato i barchini dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC) mentre si trovavano ancora in fase di avvicinamento ai corridoi di navigazione commerciale. “Stiamo degradando la capacità del regime di proiettare potere in mare”, recita la nota ufficiale di Washington. Ma la realtà sul campo parla di una tensione che nessun comunicato può mitigare: il Presidente Donald Trump, dalla sua piattaforma Truth Social, ha alzato ulteriormente la posta, parlando di 10 navi “inattive” distrutte e intimando a Teheran di rimuovere ogni singolo ordigno già posizionato, pena una risposta militare “mai vista prima”.
Petroliere nel mirino
Nonostante i raid americani, la minaccia per il traffico mercantile rimane altissima. Solo oggi, tre navi sono state colpite da “proiettili ignoti”. La più grave è la Mayuree Naree, cargo battente bandiera thailandese, avvolta dalle fiamme a 11 miglia dalla costa dell’Oman. Il bilancio è drammatico: tre marinai dispersi e una colonna di fumo nero che segna l’orizzonte come un macabro segnale stradale. Pochi chilometri più a nord, la rinfusiera greca Star Gwyneth e la portacontainer giapponese ONE Majesty riportavano danni agli scafi, confermando che nessuno, nemmeno chi batte bandiera neutrale, è più al sicuro.
Un miliardo di barili nell’ombra
Le cifre della paralisi sono da brividi. Secondo i Lloyd’s di Londra, ci sono oltre mille navi ferme ai margini dello Stretto, un valore di circa 25 miliardi di dollari in attesa che la guerra conceda una tregua. I premi assicurativi sono schizzati a livelli tali da rendere ogni viaggio una scommessa suicida. Se l’Iran nega formalmente il blocco, i fatti lo smentiscono: il traffico è crollato del 90%.
L’incognita delle mine
Il vero terrore dei marinai, però, non sono i missili, ma le mine “invisibili”. L’intelligence occidentale sospetta che, nonostante l’intervento del Centcom, decine di ordigni siano già stati posati. “È la guerra dei poveri contro la flotta più potente del mondo”, spiega un analista militare europeo. Un barchino da pochi migliaia di dollari può affondare una superpetroliera da centinaia di milioni.
Mentre l’Unione Europea valuta l’invio di fregate per scortare i mercantili, la diplomazia sembra aver esaurito le parole. Nello Stretto dove passa un quinto dell’energia mondiale, ora parlano solo i cannoni e il silenzio spettrale dei motori spenti delle navi in attesa.





