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Difficile prendere posizione netta sulla guerra all’Iran

Riccardo Illy, in un articolo su InPiù, parla della posizione assunta dalla presidente Giorgia Meloni (nella foto) sulla guerra all’Iran.

Prendere una posizione netta su una guerra – quella scatenata da USA e Israele in Iran in violazione al diritto internazionale, senza strategia ma dalle visibili conseguenze immediate e potenziali (una recessione globale) sull’economia – è davvero arduo. Anche se gli obiettivi dichiarati sono abbattere la più odiosa dittatura, eliminarne definitivamente il potenziale nucleare ed eradicare le tre H (Hamas, Hezbollah e Houti) che destabilizzano da decenni il Medio Oriente. Tant’è che la Presidente Meloni, che domani riferirà in Parlamento, ha dichiarato di non condividere quella guerra ma anche di non condannarla; una posizione che Antonio Di Pietro avrebbe definito “cerchiobottista” ma che probabilmente interpreta il pensiero della maggioranza degli italiani. L’obiettivo della Premier è peraltro di salvaguardare il rapporto privilegiato con Trump, ribadito dallo stesso alcuni giorni fa rispondendo alle domande del Corriere della Sera; rapporto che Meloni vorrebbe valorizzare nella mediazione fra USA e EU volta a minimizzare i danni derivanti per quest’ultima dalla guerra iraniana.
 
Il confronto politico nazionale sul tema, considerata la sua importanza, è tutto sommato disteso. Anche perché esistono divisioni importanti all’interno delle due coalizioni; con Lega da una parte e M5S dall’altra che approfittano della nuova (anche se in realtà si tratta dell’estensione di quella Israele-Palestina) guerra per invocare con più forza la fine di quella “vecchia”, ovvero l’occupazione russa dell’Ucraina. Revocando il sostegno militare a quest’ultima. Non sono mancati attacchi pesanti dell’opposizione indirizzati a esempio all’assenza in aula della Premier la settimana scorsa o della mancata condanna agli USA per la violazione del diritto internazionale, ma non sono mancate nemmeno le convergenze. A esempio sull’impiego della nostra Marina Militare a difesa di Cipro o dell’utilizzo delle accise “a geometria variabile” sui carburanti per compensare l’aumento del prezzo del petrolio, che ormi ha abbondantemente superato la barriera dei 100 dollari a barile. Quello che l’opposizione di centrosinistra potrebbe (dovrebbe?) fare sia a Roma sia a Bruxelles è richiamare l’attenzione sull’impegno (ora allentato) per la conversione energetica. Non solo gli estremi eventi climatici recenti hanno dimostrato che non c’era momento peggiore per rallentare il processo di decarbonizzazione, ora gli eventi bellici ne dimostrano l’effetto perverso sul piano economico. Più energia (rinnovabile) produciamo in Europa, meno energia (fossile) dobbiamo importare e meno impatterebbe la impraticabilità (checché ne dica il Presidente iraniano) dello Stretto di Hormuz. Gli USA hanno trovato il modo per rendersi indipendenti dal petrolio OPEC grazie alla tecnologia del fracking; la UE deve farlo grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili. Che, tra l’altro, avevano un costo a kWh inferiore a quello del carbone (fonte fossile più economica) anche prima dell’inizio della guerra in Iran; figuriamoci oggi!

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