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Quando non si riesce a fare qualcosa l’alibi è l’ambientalismo

“C’è sempre una spiegazione ideologica”, scrive Osvaldo de Paolini sul Giornale, “quando in Italia non si riesce a fare qualcosa. E nel caso dell’energia l’alibi si chiama ambientalismo. Un ambientalismo spesso trasformato in una vera e propria forza di blocco, alimentata da comitati locali, amministrazioni territoriali e partiti, soprattutto di sinistra, che da anni predicano la transizione ecologica ma poi fanno di tutto per impedire la costruzione di qualsiasi impianto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta che il mondo si infiammi – prima la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, oggi la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran con lo Stretto di Hormuz sotto pressione – perché l’Italia si scopra improvvisamente fragile, esposta e dipendente dall’energia prodotta dagli altri. Non è sfortuna. È il frutto di scelte politiche precise. Oggi il mix elettrico italiano dice che circa il 41% dell’elettricità arriva dalle rinnovabili. Ma un altro 42% dipende dal gas naturale, che per oltre il 90% importiamo. E un ulteriore 15% di elettricità la compriamo direttamente dall’estero, soprattutto da Francia, Svizzera e Austria. Tradotto: una parte enorme dell’energia che tiene accese le fabbriche e illuminate le case degli italiani dipende da ciò che accade fuori dai nostri confini. Ma il problema non nasce oggi. L’Italia ha progressivamente rinunciato a produrre energia. Dopo il referendum sul nucleare del 1987 il Paese ha spento le proprie centrali atomiche e ha imboccato una strada tutta particolare: meno produzione nazionale, più dipendenza dall’estero. All’epoca sembrava conveniente comprare energia piuttosto che produrla. Peccato che nel frattempo il mondo sia cambiato. La geopolitica è tornata a pesare più dell’economia, le guerre influenzano i prezzi e le rotte energetiche possono essere bloccate da un giorno all’altro. In questo scenario la responsabilità della politica italiana è più che evidente. Per anni una parte consistente della classe dirigente ha coltivato l’illusione che bastasse invocare la transizione verde per risolvere tutto. Il Movimento 5 Stelle ha fatto del ‘no’ alle infrastrutture una bandiera identitaria. Il Pd ha oscillato tra realismo e sudditanza culturale verso l’ambientalismo radicale. E una galassia di comitati e associazioni ha trasformato ogni impianto energetico in una battaglia ideologica”.

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