I problematici doveri del letterato
Luciano Luciani.
Fin dai suoi esordi, la nostra letteratura si è trovata a fare i conti col difficile e complesso rapporto con la società, la storia, la politica… Dante, guelfo bianco, più orientato verso l’Impero che verso la Chiesa, ribadisce più e più volte questa sua appartenenza e rappresenta l’esempio più alto di intellettuale impegnato a promuovere un determinato assetto della società del suo tempo, un progetto per la città degli uomini. Ma già i letterati della generazione successiva a quella di Dante, per esempio Petrarca, mutarono il punto di vista, preferendo una letteratura fine a se stessa, autosufficiente e sempre più priva di interessi storici, politici, sociali… I secoli che seguirono furono un tempo di assoggettamento politico: allo splendore delle arti, corrispondeva una sempre più organica subalternità del nostro Paese nei confronti dei soggetti forti della storia europea e mondiale, mentre gli intellettuali italiani, in primisi letterati, erano costretti a rifugiarsi, e ad accontentarsi, di ruoli di tipo cortigiano. I soli in cui era possibile, se era possibile, ritagliarsi modesti, modestissimi spazi di una libertà sempre precaria, sempre insidiata. Era la pratica della “dissimulazione onesta” come ebbe a definirla Torquato Accetto letterato pugliese della prima metà del XVII secolo. Ovvero, un barcamenarsi tra verità e falsità, dire e non dire, accennare solo, non denunciare le cose come sono, offrendo così “qualche riposo al vero”, per affermarlo più tardi, quando, e se ce ne saranno le condizioni adatte. Insomma, “Franza o Spagna purché se magna” un costume diffuso, una prassi deteriore e opportunista, uno stile intellettuale che durerà sino al Foscolo, sino alle battaglie risorgimentali. Quando il modello dell’intellettuale “puro” che rifiuta di mescolarsi con la Storia, entrerà in crisi e poeti, letterati, scrittori si coinvolgeranno con pienezza nelle lotte per l’unità italiana.
Di gran lunga modesti, però, a parte qualche eccezione – il Manzoni, il Nievo – gli esiti di tale nuovo atteggiamento dal punto di vista letterario. Già, chi legge più oggi i prosatari e i poeti risorgimentali Guerrazzi o D’Azeglio, Mercantini o Fusinato? Dunque, quanto più un letterato si cala con i suoi strumenti nella pancia profonda delle vicende del suo tempo e della società, pensando di poterne interpretare ragioni e sentimenti, tanto più le sue pagine si fanno contingenti e occasionali? Perché gli autori più grandi del nostro Ottocento, dico Leopardi e il Belli, mantengono un profilo defilato, appartato, periferico rispetto alla letteratura “di maggioranza” del loro tempo, quella degli “eroici furori” risorgimentali? Quando, addirittura, non appaiono ostili ai grandi temi patriottici, nazionali, ottimistici di quel periodo?
Arte e politica, dunque, attività creativa e impegno civile, si escludono vicendevolmente? Quale, insomma, il ruolo dell’intellettuale, e segnatamente del letterato, nel proprio tempo, nel segmento di storia e di società che gli è stato assegnato? Quale il suo compito “civile”, se pure deve averne uno





