L’Italia scivola su un piano inclinato, non è vero che va tutto bene
“Il caso dei rider e del food delivery è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio – scrive Mauro Magatti sul Corriere della Sera -. Si stima che il 10% degli occupati italiani, oltre 2 milioni di persone, sia a rischio povertà. Percentuale che sale al 15,6% tra gli operai. Il segnale va preso sul serio. Da anni l’Italia scivola lungo un piano inclinato. Ai 5,7 milioni di individui che l’Istat classifica in povertà assoluta si aggiunge l’8,2% di famiglie che vive appena sopra la soglia critica, in una condizione di «quasi-povertà». Nel complesso, circa una famiglia su cinque si trova oggi in difficoltà economica. Nonostante una spesa sociale imponente ma poco mirata, i buchi nella rete di protezione si allargano. Crescono le difficoltà abitative: molte famiglie vivono in case inadeguate e i costi dell’abitare sono ormai molto elevati. Anche l’accesso alla sanità è più difficile, con liste d’attesa lunghe e aumento della spesa privata. Persino l’acquisto di medicinali può diventare proibitivo: nel 2025 circa 500mila persone si sono rivolte a enti assistenziali per farmaci di prima necessità. A ciò si aggiungono povertà infantile, abbandono scolastico e mobilità sociale bloccata, fattori che rendono la povertà sempre più ereditaria. Continuando su questa strada, l’Italia rischia di scivolare verso uno scenario «sudamericano»: una società polarizzata, con un’élite ristretta ricca e potente, una fascia integrata ma in riduzione e una quota crescente di cittadini lontani dagli standard del ceto medio. Alla base si espande uno strato sociale marginale: lavoratori precari, famiglie senza riserve economiche, giovani senza prospettive di stabilità. Fermare questa deriva è una priorità. Non solo per ragioni economiche, ma anche politiche: una società sempre più diseguale mette a rischio la stessa stabilità democratica. Servono interventi che vadano oltre i tamponi. C’è prima di tutto un problema di crescita, da anni troppo debole per creare opportunità diffuse. C’è poi la questione della distribuzione del reddito: profitti e rendite aumentano più dei salari. E resta il nodo del debito pubblico, che limita le risorse disponibili. Accanto a questo, va ripensato il welfare: non più interventi frammentati sul singolo problema, ma un approccio integrato che tenga insieme lavoro, casa, salute ed educazione. Fermare la deriva non è solo una questione di giustizia sociale. È una scelta di interesse collettivo: senza un nuovo equilibrio tra crescita, lavoro e protezione sociale, le crepe già visibili rischiano di trasformarsi in fratture profonde”.


