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La mappa non è il territorio: guerre, analisti e illusioni della mente

Paolo Benini.

Sarebbe utile, ogni tanto, fermarsi e leggere un libro come I volti della menzogna di Paul Ekman. Non è un testo di geopolitica, e proprio per questo può risultare sorprendentemente utile quando si” osservano molte analisi geopolitiche che circolano nei giornali e nel dibattito pubblico. Ekman studia la menzogna, ma soprattutto studia qualcosa di più interessante: l’autoinganno, cioè la capacità degli esseri umani di convincersi sinceramente di interpretazioni che coincidono con ciò che desiderano vedere accadere. Non è neppure una cosa rara. Chiunque si occupi di decisioni umane, prima o poi, si accorge di quanto facilmente le interpretazioni possano piegarsi alle aspettative.

Tra gli esempi spesso richiamati in questo campo compare il caso del primo ministro britannico Neville Chamberlain, che nel 1938 tornò dagli accordi di Monaco con Adolf Hitler convinto di aver garantito la pace europea e pronunciò la celebre frase “peace for our time”. Il punto interessante non è tanto l’errore storico, perché la storia è piena di errori di valutazione, quanto il meccanismo psicologico che può aver contribuito a quell’errore: Chamberlain non stava necessariamente mentendo agli altri, è possibile che stesse credendo alla propria speranza. Il desiderio di evitare una nuova guerra mondiale aveva filtrato la sua lettura dei segnali disponibili e li aveva organizzati dentro una narrazione rassicurante. In psicologia questo fenomeno è noto come wishful thinking, cioè la tendenza della mente a interpretare la realtà nella direzione del desiderio. Questo diventa interessante quando si osservano molte analisi contemporanee sugli eventi internazionali perché, di fronte a eventi complessi come una guerra, la tentazione di costruire spiegazioni complete diventa fortissima. In questi giorni, attorno al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, si sono moltiplicate interpretazioni molto articolate: collegamenti tra crisi politiche interne, equilibri geopolitici, scandali, archivi compromettenti come quelli legati alla figura di Jeffrey Epstein, dinamiche di potere e interessi nascosti che verrebbero improvvisamente a comporsi dentro una struttura interpretativa molto ordinata. Alcune di queste ipotesi potrebbero anche contenere elementi plausibili, altre probabilmente molto meno. Il punto metodologico interessante è però un altro: il passaggio quasi impercettibile con cui una ipotesi interpretativa viene presentata come una realtà dimostrata. La mente umana possiede una straordinaria capacità di costruire trame coerenti a partire da elementi sparsi e quando alcuni fatti vengono collegati tra loro — una decisione militare, una crisi politica, una vicenda giudiziaria — il risultato può apparire sorprendentemente lineare.

Proprio questa coerenza narrativa rende l’interpretazione molto convincente, ma la coerenza narrativa non coincide con la dimostrazione. Qui spesso bisognerebbe fermarsi un momento. Non succede quasi mai. Chi studia i processi decisionali sa bene quanto la realtà sia più disordinata di quanto le ricostruzioni retrospettive suggeriscano. Lo psicologo Irving Janis ha studiato per anni il modo in cui i gruppi di potere prendono decisioni nei momenti critici e ha descritto il fenomeno del groupthink, cioè la tendenza per cui anche persone intelligenti e competenti finiscono per rafforzarsi a vicenda nelle stesse convinzioni riducendo il dubbio e sottovalutando alternative o rischi; in questi casi non servono menti diaboliche o strategie perfette, a volte basta la dinamica psicologica del gruppo. Un’altra prospettiva interessante viene dal lavoro dello psicologo politico Philip Tetlock, che ha studiato per anni quanto gli esperti siano davvero capaci di prevedere gli eventi politici complessi e ha mostrato come il mondo reale sia molto più disordinato e imprevedibile di quanto le ricostruzioni fatte dopo ci facciano credere: gli esperti sono spesso molto bravi a spiegare gli eventi quando sono già accaduti e molto meno a prevederli prima.

Una riflessione molto simile è stata proposta anche da Nassim Nicholas Taleb nel libro The Black Swan, dove sostiene che gli eventi più importanti della storia tendono ad essere imprevedibili prima e perfettamente ovvi dopo; secondo Taleb gli esseri umani hanno una forte inclinazione a spiegare retrospettivamente ciò che non avevano previsto, trasformando il caos degli eventi in una narrazione che appare inevitabile. A questa dimensione si aggiungono poi i contributi della psicologia cognitiva contemporanea, in particolare quelli di Daniel Kahneman e Amos Tversky, che hanno mostrato quanto il pensiero umano sia attraversato da scorciatoie mentali ed errori sistematici di giudizio: di fronte a situazioni complesse il cervello tende a costruire spiegazioni semplici, coerenti e soprattutto narrative. Non è un difetto morale, è una caratteristica strutturale della mente. Il problema nasce quando queste narrazioni vengono confuse con spiegazioni dimostrate. Questo non significa che dietro agli eventi politici non esistano strategie o interessi materiali, perché territori, risorse, equilibri geopolitici e vincoli economici contano eccome; significa però che molte decisioni nascono dentro una miscela molto più umana di opportunismi, rivalità personali, paure, pressioni istituzionali, orgoglio, errori di valutazione e circostanze colte al momento.

Dopo, osservando tutto a distanza, siamo straordinariamente abili nel costruire una trama coerente che mette ogni cosa al suo posto, ma quella coerenza spesso nasce nella nostra testa più che nei fatti. Un esempio curioso di questo meccanismo interpretativo arriva anche dalla storia dell’arte. Il dipinto Et in Arcadia Ego di Nicolas Poussin è stato nel tempo oggetto di interpretazioni molto elaborate: qualcuno ha visto nella disposizione degli elementi del quadro, nelle linee e nelle geometrie della scena, possibili riferimenti simbolici o geografici, arrivando persino a ipotizzare che indicherebbe il luogo della sepoltura di Gesù nel sud della Francia, tra Linguadoca, Rennes-le-Château e il monte Cardou. Attorno a queste ipotesi si è sviluppato nel tempo un dibattito tra chi le considera plausibili e chi le ritiene infondate. Personalmente non ho elementi per stabilire quale sia la risposta corretta. Se mi venisse spontaneo pensare che siano false probabilmente sarebbe perché parto da altre convinzioni sulla storia di Gesù; ma se quelle convinzioni fossero a loro volta sbagliate allora anche l’interpretazione del quadro potrebbe teoricamente risultare vera. Alla fine mi limito a constatare una cosa molto semplice: esiste un dipinto, esiste un’iscrizione e attorno a quell’iscrizione sono state costruite interpretazioni estremamente sofisticate. Questo è un fatto. Ed è interessante soprattutto per ciò che rivela sul funzionamento della mente umana. Si parte da pochi elementi reali, si collegano tra loro, si costruisce una trama coerente e a un certo punto l’interpretazione finisce per apparire come una dimostrazione. Ma tra una narrazione plausibile e una dimostrazione esiste sempre una distanza. Ed è forse per questo che vale la pena ricordare una vecchia osservazione spesso attribuita ad Alfred Korzybski: la mappa non è il territorio. Le nostre spiegazioni sono mappe, strumenti utili per orientarsi nella complessità del mondo; il problema nasce quando dimentichiamo che sono mappe e iniziamo a scambiarle per il territorio stesso. 

“Si racconta che Alfred Korzybski, durante una lezione, offrì ai suoi studenti dei biscotti. Li mangiarono senza problemi finché non mostrarono loro la scatola: erano biscotti per cani. Il disgusto nacque non dal biscotto, che era lo stesso di prima, ma dall’informazione ricevuta. La reazione era cambiata perché era cambiata la rappresentazione mentale. Ed è esattamente questo il punto: la mappa non è il territorio.”

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