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L’associazionismo femminile durante la Grande Guerra

Roberto Pizzi.

L’associazionismo femminile del periodo bellico trovò nella scrittrice Rosalia Gwis Adamiun’animatrice già attiva da anni: nel 1913 era riuscita a fondare il suo foglio di propaganda Giovine Europa  e ad attirare nel movimento giovani di entrambi i sessi. Era la formazione patriottica mazziniana, nonché la convinzione che fosse una guerra giusta per l’indipendenza nazionale e per ottenere il riconoscimento dei diritti dei più deboli, che la spingevano ai primi del 1915 a sostenere la necessità che il paese prendesse le armi e affermasse la sua posizione all’interno dell’assise mondiale. Anche nel mondo socialista si creavano scissioni e correnti che esprimevano posizioni diverse in merito al conflitto. In una situazione molto ambigua si trovavano le donne socialiste in conflitto fra la fedeltà alla linea turatiana e il fascino del richiamo patriottico. Non solo passavano all’interventismo personaggi di rilievo come Anna Kuliscioff , ma anche le socialiste della “Difesa delle lavoratrici” nel periodo della neutralità si lasciavano andare ad un “prorompente slancio interventista” che conduceva i vertici del partito ad un’ opera di normalizzazione.Particolare impressione, infine, destava  l’immediato schierarsi a favore della guerra di alcuni gruppi di donne mazziniane ed irredentiste, nonché la conversione all’interventismo della quasi totalità del femminismo suffragista italiano, che nel 1916 vedeva il suo Comitato centrale confluire nella Lega Antitedesca

A metà fra il fronte interno e quello combattente, ma anche fra nuove e vecchie culture, erano le infermiere. Queste giovani volontarie, appartenenti in maggioranza alla Croce Rossa Italiana e in misura minore alle Scuole Samaritane, erano essenzialmente di estrazione alto borghese o nobiliare, nonostante l’urgenza favorisse l’immissione di giovani donne di altra provenienza sociale, quali le maestre. Schiacciate da turni e condizioni di lavoro massacranti, esposte al pericolo delle bombe e delle malattie contagiose, queste donne si trovavano maggiormente vicine alla guerra con il suo carico di orrori. Erano giovani alle quali si chiedeva di esercitare il massimo della generosità, in cambio consentendo loro di avvicinarsi all’universo dell’altro sesso impegnato nella guerra, ove si trovavano in una inedita e inquietante vicinanza con i corpi maschili. Era per questo che da una parte venivano sottoposte ad una ferrea disciplina e, dall’ altra erano spesso oggetto di accuse di inconcludenza, di civetteria, di superficiale protagonismo. La necessità di combinare vecchie e nuove culture associative era particolarmente sentita nel settore delle assistenze di  guerra, dove la  partecipazione di base era più vasta e l’organizzazione sul territorio più ramificata. I gruppi di Azione cattolica e quelli delle donne, da tempo protagonisti di una vasta azione formativa e assistenziale di base, si trovavano ad interagire innanzitutto con la nuova organizzazione dei  Comitati di organizzazione civile, esperienze complesse e articolate che si moltiplicavano velocemente sul territorio, specie nelle aree settentrionali e centrali. Intenti a sostituire e integrare sia l’azione del governo che quella dei comuni, conciliandole con la spontanea mobilitazione di base, mescolavano pubblico e privato, dimensione assistenziale e propaganda, dando prova di vitalità e capacità di intervento.

A Lucca già nel dicembre 1914 si costituiva il comitato Pro-Patria, collegato ad un’analoga iniziativa fiorentina. Il principale impulso veniva dalle donne della nobiltà lucchese e da quelle della buona borghesia cittadina, che uscivano dallo schema del ruolo femminile dedito all’associazionismo caritatevole,  prendendo subito una linea politica di preventiva mobilitazione nel caso che l’Italia entrasse in guerra. La presidenza era divisa fra la marchesa MazzarosaDevincenzi e la professoressa Giselda Chiarini, direttrice della Regia Scuola Normale della città. La vicepresidenza era spartita tra la contessa Minutoli, la contessa Sardi, la contessa Orsini e la nobildonna Maria Rosmini (moglie del Prefetto, che aveva valore simbolico di scelta antineutralista). Il 26 aprile 1915 il fronte patriottico si ritrovava nella sala del Consiglio comunale per dare vita al Comitato di Preparazione civile.

L’associazionismo femminile, poi, con l’avvento del Fascismo subirà un’inevitabile irreggimentazione con la creazione dei Fasci Femminili. Il 1929, anno della Conciliazione tra Stato e Chiesa, contribuirà ancora di più ad una politica sociale fascista verso la popolazione femminile: il sostegno alla  famiglia doveva essere inteso come organismo etico, rafforzandone così il suo significato religioso e  la sottomissione femminile, con diffuse forme di patriarcato. Occorrerà attendere la nascita della Repubblica e l’avvento della democrazia, per avviare un processo di emancipazione, a partire dal riconoscimento del diritto di voto alle donne che per la prima volta avvenne con le elezioni amministrative del marzo 1946 , poi  col Referendum del 2 giugno dello stesso anno, infine con le politiche del 1948.  

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