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Pochi giorni e l’Iran avrebbe avuto la bomba atomica

Ariel Piccini Warschauer.

Il segnale d’allarme che giunge da Washington non è solo un monito diplomatico, ma una fotografia granulosa e inquietante della realtà sul campo. Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, ha rotto gli indugi: l’Iran ha ammesso apertamente di possedere scorte di uranio arricchito al 60% sufficienti per produrre materiale di grado bellico. Non si parla più di anni, ma di una manciata di giorni.

La soglia del non ritorno

Secondo le ultime stime confermate dai canali d’intelligence, Teheran detiene circa 460 kg di uranio arricchito al 60%. Per i non addetti ai lavori, si tratta di una cifra che supera ampiamente la “soglia di sicurezza” civile. Sebbene per una testata nucleare sia necessario il 90%, il passaggio tecnico dal 60% al livello bellico è considerato dagli esperti poco più di una formalità burocratica e temporale.

«Siamo a una sola settimana dalla produzione di materiale per una bomba», ha dichiarato Witkoff. Una frase che pesa come un macigno sui tavoli delle cancellerie europee e mediorientali. Se è vero che per assemblare un ordigno funzionante e miniaturizzarlo in una testata missilistica potrebbero servire ancora mesi, se non un paio d’anni, il “cuore” del problema — il combustibile — è ormai a portata di mano degli ayatollah.

La linea rossa di Washington

La posizione dell’amministrazione americana, sotto la spinta di Donald Trump, si è fatta granitica: «Arricchimento zero». Non sono ammesse sfumature. Gli Stati Uniti chiedono che l’Iran non solo interrompa le centrifughe, ma consegni l’intero stock accumulato.

L’obiettivo strategico è chiaro: smantellare l’architettura nucleare iraniana prima che il “breakout time” (il tempo necessario per il salto finale verso l’atomo) diventi nullo. Per Witkoff, le linee rosse sono state tracciate con inchiostro indelebile. Teheran, dal canto suo, continua a giocare la carta della pressione nucleare per ottenere un allentamento delle sanzioni, ma il margine di manovra si sta assottigliando pericolosamente.

A Gerusalemme, il rapporto viene letto con estrema attenzione. Se la diplomazia dovesse fallire nel riportare l’arricchimento a livelli puramente energetici o medici, l’opzione militare — finora rimasta sullo sfondo come extrema ratio — rischierebbe di tornare prepotentemente al centro dell’agenda regionale.

Il Medio Oriente osserva, consapevole che la prossima settimana potrebbe non essere solo una scadenza tecnica, ma lo spartiacque di una nuova, imprevedibile era nucleare.

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