La stampa nella Grande Guerra in Italia e a Lucca
Roberto Pizzi.
La Stampa nazionale
L’importanza dei giornali durante la neutralità è rilevante, in particolare dalla fine del 1914 alle “radiose giornate” di maggio 1915. Lo scontro tra interventisti e neutralisti si svolge prima che sulle piazze, sulla stampa. Mussolini lascia l’Avanti e fonda il Popolo d’Italia, che esce a Milano il 15 novembre 1914. Di settimana in settimana il fronte dei giornali interventisti si ingrossa. Ne fanno parte: il Corriere della Sera, la Gazzetta del Popolo, il Resto del Carlino, il Giornale d’Italia, Il Messaggero e il Roma; il Secolo, il Gazzettino e poi il giornale ligure dei riformisti Il Lavoro, tutti e tre, questi ultimi, schierati sul fronte dell’interventismo democratico, vedendo nella guerra all’Austria-Ungheria il completamento del Risorgimento. Sul fronte neutralista sono: la Stampa, La Tribuna, La Nazione e Il Mattino. A sé l’Avanti, diretto da Serrati, che prima condanna la guerra imperialista, poi si colloca sulla posizione indefinita del “né aderire né sabotare”. Assai rilevante era stata, in precedenza, la funzione svolta da alcune riviste, quali: la Voce, il Regno, Hermes e Lacerba. Deus ex machina dell’apparato propagandistico nazionale, fin dall’autunno 1914, sarebbe stato il giornalista Ugo Ojetti, che avrebbe posto anche le basi per la nascita dell’Ufficio Stampa del Comando supremo, dopo Caporetto.
Il giornalismo esercitò un ruolo fondamentale nell’alimentare presso l’opinione pubblica il consenso alla guerra. Influenza esercitata dalle testate nazionali, capeggiate dal Corriere della Sera, ma anche da riviste settimanali illustrate quali la Domenica del Corriere e L’Illustrazione italiana. A queste testate principali, si affiancava una pletora di giornali locali, spesso di antica tradizione, che facevano ampia cassa di risonanza, tanto da fare scrivere ad una penna di prestigio di allora, Luigi Barzini, che l’anima del Paese era, in fondo, nelle mani dei giornali. Nell’ultimo anno di guerra, la propaganda venne particolarmente rinforzata con la creazione dell’Ufficio P, al quale collaborarono numerosi intellettuali, come Bontempelli, Piero Calamandrei, Emilio Cecchi, Piero Jahier, Giuseppe Lombardo Radice, Giuseppe Prezzolini, Alfredo Rocco, Ardengo Soffici, Gioacchino Volpe. Tra i mezzi individuati vi furono nuovi giornali destinati alle truppe, come L’astico di Piero Jahier, La giberna, La Tradotta.
La stampa lucchese
Lucca da tempo aveva metabolizzato e digerito le suggestioni del ribellismo post-risorgimentale a sfondo repubblicano o internazionalista e negli anni a ridosso della Grande Guerra la sua politica conservava in qualche modo un equilibrio, mantenendo fuori dal blocco di potere quella parte della borghesia laica il cui braccio politico era l’Associazione Democratica Lucchese, collegata al partito radicale, che vedeva alcuni dei suoi soci fare parte assidua delle due logge massoniche della città. A partire dall’estate del 1914 la città viene investita dal sovrastare degli avvenimenti europei e la propaganda per l’intervento contro gli imperi centrali diventa sempre più forte. In questo clima prebellico alcuni giornali locali offrono un buon osservatorio della vita cittadina. La Vedetta, foglio democratico, era uno di questi e scriveva sulle sue colonne: “L’anima democratica lucchese è – dobbiamo riconoscerlo – in un profondo letargo
( … ) a Lucca si attraversa un periodo di immensa oppressione per tutto ciò che avviene, e gli uomini migliori quasi ne sono rimasti sgomenti: e di qui l’inerzia, il sonno”. Un altro periodico era la Gazzetta di Lucca, settimanale politico pubblicato la domenica. Si definiva monarchico-liberale, intendendo occuparsi anche di agricoltura, di lettere, di scienze ed arti. Entrambi I fogliesprimevano posizioni interventiste e le loro cronache aiutano a capire la dialettica di quei tempi, che prima vedrà l’inserimento della democrazia radicale nel circuito del potere, poi la scomposizione e la modifica della platea politica locale, fino alla ascesa al potere del Fascismo. A poco più di un mese dall’inizio del conflitto La Vedetta, in sintonia con tutto il partito radicale, reclama la guerra a fianco delle potenze dell’Intesa: “I partiti hanno avuto la chiara visione della situazione che si va formando e della missione che spetta all’Italia in questo momento supremo della sua storia e tutti si sono convinti che la neutralità non può perpetuarsi se non a danno irreparabile del nostro interesse e del nostro avvenire”. Sostenendo la necessità dell’intervento la democrazia lucchese rompe ogni contatto col partito socialista che aveva costretto Mussolini a lasciare la direzione dell’ Avanti!, per la sua conversione a favore dell’entrata in guerra.
A partire dal 1917, il prolungarsi del conflitto provoca irrequietezza nella popolazione civile, che si somma al malcontento per le difficoltà degli approvvigionamenti alimentari. Scoppiano i primi scioperi contro il caro viveri. La Gazzetta di Lucca si prodiga per favorire il concorso di tutte le forze politiche che avevano sostenuto l’ingresso in guerra del Paese. Anche ai repubblicani, frange estreme dell’interventismo democratico, si chiede aiuto per la mobilitazione patriottica. La crisi seguita alla “disfatta” di Caporetto (ottobre 1917) produce un ulteriore spostamento del baricentro politico dai comitati di azione civile, collegati per lo più alle classiche sedi di potere come il Comune e la Prefettura, ad una nuova organizzazione di emergenza che si pone al di sopra dei normali canali istituzionali. La Gazzetta di Lucca si fa promotrice del nuovo rassemblement e chiama a raccolta i volenterosi che, nei locali della Fratellanza Artigiana, danno vita al Comitato di Resistenza Interna, dal quale scaturisce un Fascio Provinciale di Difesa Nazionale che si impegna a difendere “la nazione in lotta dagli attacchi dei disfattisti di ogni colore”.
Nel giugno del 1917 nasceva Il Serchio, di impronta cattolica, che andava a occupare il posto dell’altra più antica testata L’Esare le cui pubblicazioni, dopo essere stata rilevata dalla Società Editrice Romana, erano passate a Pisa e fuse nel Messaggero Toscano. Il Serchio, nato nell’anno decisivo per le sorti della prima guerra “totale” dell’umanità, sosteneva in modo convinto la causa bellica, cercando di mobilitare i lettori a sostegno dei soldati in trincea.
Fra gli altri giornali pubblicati nella provincia si segnalano, per brevità, La Fiamma, di Barga, (del 1914), divenuta l’anno dopo “organo quindicinale dei nazionalisti toscani” col nome “Il Volere d’Italia”, che durò fino al 28 febbraio di quell’anno. Animatore e finanziatore fu lo studente Leo Giuliani, figlio di facoltosi barghigiani proprietari di catene di negozi in Scozia, volontario nella Grande Guerra, dove morirà in combattimento il 16 settembre del 1916. Per la Valdinievole, ancora provincia di Lucca, si segnalano il settimanale La Democrazia, del 1914 e La Lanterna. Per la Versilia: il settimanale Il Corriere di Viareggio, nato allo scoppio della Grande Guerra; Versilia Nuova e Versilia, il quale, nato nel 1910, dopo poco diventa proprietà dell’avv. Luigi Salvatori;sospende le pubblicazione nel maggio 1915, quando la censura di guerra ne interrompe sostanzialmente le pubblicazioni; riprende per un periodo tra il luglio e il dicembre 1916 (con il nome di Versilia – Settimanale socialista) ; rinasce l’ultima volta nel dicembre 1918, e cessadefinitivamente nel gennaio 1920.


