La storia, gli storici e la Grande Guerra
Luciano Luciani.
Sterminata la letteratura intorno alle cause della Grande Guerra. Soprattutto negli anni del conflitto e in quelli immediatamente successivi la storiografia risente del calore delle polemiche nazionalistiche e della imponente produzione di documenti e memorie di uomini di Stato e militari tendenti a spiegare all’opinione pubblica decisioni politiche e operazioni strategiche. Si tratta di lavori in genere tendenziosi e propagandistici che ruotavano prevalentemente attorno al tema delle responsabilità degli Imperi Centrali e del loro personale politico e militare. Una letteratura comunque importante perché legata alla questioni, che avrebbero avvelenato l’Europa nei decenni successivi: i trattati di pace e le riparazioni di guerra.
Nel 1927 lo storico sovietico E. V. Tarle nel suo celebre Storia d’Europa 1871-1919 propone un’interpretazione diversa di quella tragica vicenda come “preparata dal giuoco complesso dei contrastanti interessi economici generali del capitalismo in Europa”, mentre nel clima ancora caldo del secondo conflitto mondiale e della lotta anti-nazista torna in auge il tema delle responsabilità tedesche e dell’intreccio tra sviluppo industriale della Germania, aspirazioni all’espansione territoriale, nazionalismo e militarismo prussiano come ben argomentato dallo storico tedesco W. J. Momsenn e dal suo L’età dell’imperialismo 1885-1918.
Negli ultimi decenni la discussione storiografica si è progressivamente spostata dalla individuazione delle colpe e responsabilità a una più oggettiva ricerca delle cause, lette in una prospettiva ben più ampia. Infatti, oggi gli storici che si accingono a studiare quegli avvenimenti riflettono sulla prima guerra mondiale ponendola in stretta relazione con la seconda. Ampiamente condiviso appare ormai il giudizio dello storico marxista inglese Eric J. Hobsbawm che nel saggio Il secolo breve 1914-1991, interpreta i due conflitti come “la Guerra dei Trent’anni del XX secolo”: quindi, il periodo 1914 – 1945 non sarebbe altro che il tempo di un unico, ininterrotto, formidabile scontro in cui si consuma la crisi senza ritorno dell’egemonia politica ed economica dell’Europa. Preliminari, l’uno e l’altra, all’entrata di nuovi e diversi protagonisti sulla scene di una storia ormai mondializzata.
In Italia
Nel periodo che tenne immediatamente dietro al primo conflitto mondiale anche la storiografia italiana risente delle passioni nazionalistiche che avevano agitato il confronto degli storici intorno alle responsabilità, origini e cause della Grande Guerra. Il fascismo, poi, opera soprattutto nella direzione di piegare gli studi storici a ricostruzioni di impianto retorico-celebrativo o a meccaniche trasposizioni di quegli avvenimenti, secondo le quali il sentimento di nazione che aveva animato gli italiani permettendo loro di resistere al tragico esame di oltre tre anni di guerra, avrebbe trovato nel fascismo la sua più adeguata realizzazione. La fine del fascismo libera anche gli studi storici che, affrancati dai condizionamenti del regime, possono così dedicarsi a indagare, in autonomia e spirito critico, ambiti di ricerca sino a quel momento inesplorati. Tra questi lavori merita di essere ricordato L’Italia nella prima guerra mondiale, di Piero Pieri . Intriso di idealità mazziniane, il lavoro di Pieri, (1893 – 1979), combattente nella Grande Guerra, pluridecorato, professore universitario, considerato il più importane storico militare italiano del Novecento, valorizza lo stretto legame tra Risorgimento e prima guerra mondiale e ne propone l’interpretazione come compimento del processo di unificazione nazionale, “quarta guerra d’indipendenza” e momento importante per la liberazione politica dei popoli europei.
Nel 1969 la pubblicazione del libro di Piero Melograni, Storia politica della grande guerra 1915 –1918, è unanimemente salutata come un punto di svolta nella storiografia sull’età contemporanea italiana. L’autore, professore universitario a Perugia, già noto per i suoi lavori sul periodo fascista, fornisce infatti agli storici e ai lettori un’opera indiscutibilmente nuova perché, affrontando i problemi degli uomini in uniforme, più di cinque milioni di italiani, un’intera generazione di giovani, allargava la sua visuale ai “molteplici fattori politici, economici e sociali che condizionavano al tempo della guerra la vita dell’intero popolo italiano”.
Storia della prima guerra mondiale, quella di Melograni, ma non tradizionalmente intesa: non più il racconto della lungimiranza maggiore o minore degli Alti Comandi, di operazioni strategiche o manovre tattiche, di battaglie vinte o perdute, ma i rapporti complessi tra le forze armate, la politica e la società civile. Insomma, come le masse popolari del nostro Paese vissero quel conflitto: nelle trincee, ma anche nelle campagne, nelle fabbriche e nelle città; negli Alti Comandi e tra gli ufficiali subalterni… Senza trascurare le condizioni materiali di vita dei soldati, il loro morale, i modi della loro fidelizzazione alla causa nazionale, le pagine oscure di Caporetto e delle decimazioni, i cappellani militari, i giornali di trincea e le distrazioni della truppa… Con il meritevole lavoro di Melograni la storia politica piega verso la storia sociale, si arricchiscono gli ambiti della ricerca storica e la rappresentazione della Grande Guerra ne viene completamente trasformata grazie anche all’uso sistematico di materiali storici sino a questo momento trascurati come epistolari, diari, testimonianze orali, fonti letterarie. Un modo nuovo, originale, di avvicinarsi a quegli avvenimenti.





