#ESTERI #ULTIME NOTIZIE

L’ultima chiamata per l’Iran, aria pesante nella diplomazia

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un’aria pesante, quasi elettrica, nei corridoi dei palazzi della diplomazia svizzera. Non è solo il gelo di febbraio a mordere, ma la consapevolezza che quella che si sta consumando tra le delegazioni di Washington e Teheran non è una semplice trattativa, ma un ultimo appello alla ragione prima che parlino le armi.

Il tavolo di Ginevra è l’epicentro di un terremoto geopolitico che tiene il mondo con il fiato sospeso. Da una parte, l’amministrazione Trump 2.0, che ha schierato nel Golfo una potenza di fuoco che non si vedeva dai tempi dell’invasione dell’Iraq, convinta che solo la “massima pressione” possa piegare la volontà della Repubblica Islamica. Dall’altra, un’Iran stretto tra il collasso economico e l’orgoglio nucleare, rappresentato da un Abbas Araghchi che parla di “flessibilità”, ma con la mano ferma sulle sue “linee rosse”.

Il nodo del “conto totale”

Il cuore della disputa, però, non è solo politico: è tecnico e, per questo, pericolosissimo. Le indiscrezioni che filtrano dai negoziati puntano tutte su un unico, decisivo termine: accounting

Gli Stati Uniti non si accontentano più di promesse di smantellamento; esigono una contabilità millimetrica e retroattiva di ogni grammo di uranio arricchito prodotto nelle centrifughe di Natanz e Fordow.

È qui che il ghiaccio si fa sottile. Fonti vicine ai negoziati suggeriscono che Teheran potrebbe accettare un clamoroso “arricchimento zero” per un decennio, una concessione che Trump venderebbe come il trionfo definitivo sulla “fallimentare eredità di Obama”. Ma il diavolo abita nei dettagli delle scorte residue. Qualora i satelliti o gli ispettori dell’AIEA dovessero riscontrare discrepanze tra il dichiarato e il reale, la diplomazia lascerebbe il posto ai piani operativi già pronti nei cassetti del Pentagono e dell’IDF.

L’ombra di Israele

A Gerusalemme, il clima è di attesa scettica. Il governo israeliano osserva i movimenti di Trump con un misto di speranza e timore. La paura è che la fretta di chiudere un “deal” storico porti a ignorare la minaccia dei missili balistici, che Israele vuole ridotti a una gittata inferiore ai 1.000 chilometri. “Un accordo che lascia intatte le rampe di lancio è solo una tregua armata”, sussurrano negli ambienti della sicurezza israeliana.

Il bivio

Siamo davanti a un bivio epocale. Se Ginevra dovesse produrre un documento condiviso, assisteremmo a una ridefinizione totale degli equilibri in Medio Oriente, con una de-escalation che darebbe respiro ai mercati energetici globali. Ma se il dialogo dovesse incagliarsi sulla contabilità dell’uranio, la “massima pressione” potrebbe scivolare, quasi per inerzia, verso la “massima collisione”.

La clessidra di Ginevra sta finendo i suoi granelli di sabbia. E mai come oggi, il confine tra la pace di carta e la guerra di fuoco è apparso così sottile.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti