La ritirata tattica di Hezbollah in caso di attacco all’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre i venti di guerra soffiano sempre più forti sul Golfo Persico, il “Partito di Dio” sceglie, almeno a parole, la via della prudenza. Con una mossa che riflette la profonda debolezza strutturale dopo i colpi subiti nell’ultimo anno, l’ Hezbollah libanese ha fatto sapere che non interverrà militarmente in caso di un attacco “limitato” degli Stati Uniti contro l’Iran.
La rivelazione, affidata da un alto funzionario del gruppo all’agenzia AFP, segna un punto di rottura rispetto alla retorica dell’ Unità dei Fronti che ha caratterizzato la strategia di Teheran negli ultimi decenni. Tuttavia, la cautela del gruppo libanese non è un assegno in bianco: esiste una “linea rossa” invalicabile. Se Washington dovesse tentare di colpire direttamente la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, Hezbollah sarebbe costretto a scendere in campo, trascinando il Libano nel baratro.
A pesare sulla decisione del gruppo terroristico non è solo la strategia di Teheran, ma anche la durissima deterrenza esercitata da Gerusalemme. Secondo fonti diplomatiche citate da Reuters, Israele ha inviato un messaggio indiretto ma inequivocabile al governo di Beirut: se Hezbollah aprirà il fronte nord in appoggio all’Iran, la risposta israeliana non si limiterà ai soli obiettivi militari.
Nel mirino dell’IDF finirebbero le infrastrutture civili strategiche del Libano, a partire dall’aeroporto internazionale di Beirut. Un monito che il Libano, già prostrato da una crisi economica senza precedenti, non può permettersi di ignorare.
La realtà sul campo racconta di un’organizzazione che si sta ancora leccando le ferite inferte durante il conflitto del 2024. L’eliminazione del leader storico Hassan Nasrallah e della catena di comando di alto livello, unita alla distruzione di gran parte dell’arsenale missilistico e dei centri di comando delle unità d’élite, ha drasticamente ridotto la capacità offensiva del gruppo.
L’ultimo rapporto diffuso dall’IDF mercoledì conferma che le operazioni nel sud del Libano non si sono mai fermate. Le truppe israeliane continuano a smantellare postazioni di tiro anticarro e siti di produzione di armi, denunciando quella che definiscono una “palese violazione delle intese” tra i due Paesi.
Mentre Hezbollah cerca di barcamenarsi tra la fedeltà ideologica all’Iran e l’istinto di sopravvivenza, i vicini osservano con apprensione. La Turchia di Erdogan si prepara a un potenziale conflitto su larga scala, mentre l’Australia ha già invitato le famiglie dei propri diplomatici a lasciare Israele e Libano.
In questo scacchiere incandescente, la dichiarazione di Hezbollah appare meno come un gesto di moderazione e più come la mossa disperata di un attore che sa di non poter reggere un altro scontro frontale. La domanda che resta aperta è se l’Iran accetterà di vedere i propri siti nucleari o militari colpiti senza attivare la sua “pedina” più preziosa, o se la linea rossa di Khamenei sia solo l’ultimo paravento prima del caos.





