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Nulla contro San Francesco ma si poteva evitare di segnarla in rosso sul calendario

Antonio Mastrapasqua.

Nulla contro le feste, tantomeno contro san Francesco, patrono d’Italia e santo amato in tutto il mondo. Ma c’era proprio bisogno di trasformare la festa in festività? Come non celebrare la ricorrenza della morte del Poverello di Assisi, il 4 ottobre? Il dubbio è sulla opportunità di segnarlo in rosso sul calendario, facendolo diventare un giorno di riposo, come Capodanno, l’Epifania, la Pasqua e la Pasquetta, il 25 aprile, il 1° maggio, Ferragosto, il 1° novembre, l’8 dicembre, Natale e Santo Stefano. Dal 2026, a queste si aggiungerà il 4 ottobre, giornata dedicata al Santo di Assisi.

Decisione presa in quattro e quattr’otto dai due rami del Parlamento, sostanzialmente all’unanimità. Questo è forse un piccolo miracolo del Serafico, aver abbattuto i muri di contrapposizione tra centro destra e “campo largo”, tra la signora Meloni e la signora Schlein e i loro supporter. Molto ha fatto l’incombenza delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco, che occuperanno il prossimo anno, 2026.

Tutti si sono convinti che fosse una buona cosa trovare uffici pubblici chiusi (dalle Poste, alle scuole, ai Tribunali), studenti a casa, insieme ai genitori che potranno godersi qualche ora di sonno in più, oltre ai Rol, alle ex-festività, ai permessi di salute propria e altrui. 

Per quest’anno non è cambiato niente. Sabato 4 ottobre è stato un sabato qualunque. Dall’anno prossimo la festa tornerà a essere una “festività”, dando diritto a un giorno di riposo in più. Retribuito ovviamente. Nel 2027 già si prefigura un ponte allettante, con la festività di San Francesco che cadrà di lunedì. Si faccia o non si faccia il Ponte di Messina, il genio italico è sensibile ai ponti: quest’anno con una manciata di giorni di ferie – tra il 25 aprile e il primo maggio – c’è chi s’è fatto quindici giorni di vacanza, aggravando persino il bilancio estivo del turismo nazionale.

Dopo tanto parlare di salari bassi, di bassissima produttività, quello che riusciamo a tirar fuori dal cilindro è un altro giorno di riposo. La nostra Repubblica pare “fondata sul lavoro” solo nelle parole della Costituzione. Nella sostanza, nella realtà, il nostro Paese sembra fondato su un altro patto fondamentale: quello del riposo. E la Repubblica “fondata sul riposo” trova tutti concordi, destra e sinistra. Eppure, Dio solo sa quanto bisogno c’è di lavorare, di produrre reddito, in un Paese dove i salari non crescono e dove la produttività sembra non essere un problema. Insomma, mentre c’è bisogno di pane, preferiamo assicurare le brioches.

La frase è da sempre attribuita a Maria Antonietta, la regina di Francia che avrebbe seguito sulla ghigliottina il marito Luigi XVI; vero o no che l’abbia pronunciata, fotografa alla perfezione il sentimento di “fine secolo” che rischiamo di veder affermarsi nella realtà italiana di inizio Millennio, così come nella Francia di fine Settecento. Quando manca l’essenziale sembra naturale assicurare il superfluo.

Il riposo è una gran cosa, soprattutto per chi lavora. E’ noto che l’Italia ha qualche record negativo: tra questi brilla – dati ufficiali alla mano, non è un sentito dire – quello del minor numero di ore e di anni passati al lavoro. La scelta del Parlamento a favore della festività rinnovata, in nome di San Francesco, però ha una sua coerenza: anche la contrattazione da qualche anno sembra più rivolta ad aggiungere riposi e permessi, anziché accettare la ruvida misurazione della produttività, per poter avere i sacrosanti aumenti salariali. Meglio riposare un po’ di più che lavorare un po’ troppo. Meglio godersi il riposo, che conquistare col lavoro un aumento di salario.  Viva i ponti, viva le feste, viva il riposo. Evviva le brioches.

(nella foto

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