Giorgia, Elly, il generale e l’asse giallo-nero che si è manifestato in Europa
“Interroga sia Giorgia Meloni sia Elly Schlein questo asse giallo-nero, che si è manifestato in Europa, proprio in un giorno ad alta intensità simbolica – il quarto anniversario dell’invasione russa – e proprio dopo il collegamento di Zelensky al Parlamento europeo”. Lo scrive Alessandro De Angelis sulla Stampa osservando che “gli unici italiani a votare contro la risoluzione di sostegno a Kiev sono stati, sia pur partendo da presupposti diversi, Roberto Vannacci (nella foto), che per l’occasione ha aderito al gruppo di Esn, la famiglia sovranista fondata da Afd, e gli eurodeputati dell’M5s. Interroga, dicevamo, soprattutto Giorgia Meloni che, dopo aver fatto dell’Ucraina il suo principale asset di politica estera e l’elemento qualificante del suo governo per anni, ha pienamente legittimato il Generale nel gioco politico. Prima gli ha consentito, nel voto italiano sulle armi a Kiev, di votare la fiducia, poi lo ha reso oggetto di riflessioni anche in materia di legge elettorale. Insomma, per non avere un nemico a destra, gli consente di avere un potere condizionante. E la ragione per cui la premier ha scelto di non consumare lo strappo a destra – dice l’editorialista – è di fondo. Ha a che fare con la postura complessiva assunta in questa fase, fuori e dentro i confini nazionali, che racconta di una radicalizzazione a destra. C’era una volta Giorgia Meloni che, nel mondo pre Trump, vestiva i panni della populista gentile che riceveva il bacio in fronte da Biden, riusciva a convincere Orban a votare i finanziamenti per Kiev e domava Salvini. Poi la fase del famoso ‘ponte’, un po’ di qua ove necessario, un po’ di là ove possibile, ma sempre mantenendo sull’Ucraina un punto di intransigenza. Ora, se possibile, ha ridotto ancor di più il tasso di intensità dell’europeismo e incrementato quello di trumpismo. Restano, e non è poco, le armi a Kiev, ma manca tutto il resto, ovvero quella spinta all’integrazione che consenta all’Europa di esercitare un ruolo nel mondo degli imperi di Trump e Putin. Anzi, viene assecondata in un qualche modo la spinta frenante proprio di Orban, perfettamente funzionale all’indebolimento dell’Europa nello schema degli imperi. Chissà, forse in questo schema c’è un calcolo politico non solo domestico alla vigilia dell’imminente tornata elettorale ungherese, di quella spagnola del prossimo anno dove si scommette su un governo Popolari-Vox, delle elezioni francesi con l’avanzata di Bardella e in relazione alla crisi del governo Starmer. In un’Europa che svolta a destra – conclude – Meloni non vuole apparire quella che ha abbandonato il campo”.





