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Economia

L’America di Trump tra frenata e caos, il pil rallenta e la Corte Suprema boccia i dazi

President Donald J. Trump speaks with Secretary of Defense James Mattis and other senior leaders of the armed forces at the Pentagon in Washington, D.C., Jan. 27, 2017. (DOD photo by U.S. Air Force Staff Sgt. Jette Carr)

Ariel Piccini Warschauer.

L’America di Donald Trump scopre bruscamente che i muri – anche quelli burocratici e tariffari – hanno un prezzo salato. E a pagarlo non sono le élite di Mar-a-Lago, ma quel ceto medio-basso che arranca tra scaffali dei discount e bollette sempre più pesanti. I dati diffusi dal Dipartimento del Commercio sul quarto trimestre del 2025 fotografano un Paese in frenata: la crescita si è fermata all’1,4%, meno della metà del 3% previsto e lontanissima dal 4,4% del trimestre precedente.

Lo spettro dello shutdown e il carovita

Il colpevole del rallentamento ha un nome preciso: lo shutdown. La paralisi amministrativa che ha congelato Washington tra ottobre e novembre non è stata solo una prova di forza politica, ma un sabotaggio dell’economia reale. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il blocco è costato l’1,5% del Pil, complice il taglio temporaneo ai buoni alimentari (Snap), l’ultima rete di salvataggio per milioni di famiglie.

Mentre la crescita frena, l’inflazione non molla la presa. L’indice Pce core – la bussola della Fed – è salito dello 0,4% a dicembre, portando il dato annuo al 3%. Un segnale inequivocabile: il processo di disinflazione è finito in un vicolo cieco. Gli americani continuano a spendere, ma è una “spesa di sopravvivenza”: ci si rivolge ai magazzini all’ingrosso e ai discount per contrastare l’aumento dei beni alimentari (+0,4% in un mese).

Lo schiaffo della Corte Suprema

In questo scenario di fragilità economica, è arrivata la mazzata giudiziaria. Con una sentenza storica da 6 voti contro 3, la Corte Suprema ha demolito l’impalcatura tariffaria del Tycoon, stabilendo che l’imposizione di dazi generalizzati tramite poteri di emergenza (Ieepa) è illegale.

Secondo la maggioranza dei giudici – inclusi i conservatori Barrett e Gorsuch, nominati proprio da Trump – il Presidente ha abusato della sua autorità. “I dazi sono tasse”, ricorda la Corte, e il potere di tassare spetta esclusivamente al Congresso. Una decisione che apre la strada a richieste di rimborso miliardarie da parte delle aziende colpite e che ha fatto esultare Wall Street, speranzosa in un allentamento delle tensioni commerciali.

La furia del Tycoon e il “Piano B”

La reazione di Trump non si è fatta attendere, tra post incendiari su Truth Social e una conferenza stampa d’urgenza. Il Presidente ha puntato il dito contro lo “shutdown democratico” (nonostante sia avvenuto sotto il suo mandato) e contro i giudici, definiti “influenzati da interessi stranieri”.

Ma il Tycoon non arretra e annuncia già il “Piano B” per aggirare la sentenza: Uso del Trade Expansion Act del 1962 per blindare i dazi su acciaio e alluminio. Ricorso al Trade Act del 1974 (Sezione 122) per imporre tariffe fino al 15% in caso di gravi deficit della bilancia dei pagamenti. Pressione sulla Fed e nuovi attacchi a Jerome Powell per ottenere tassi di interesse più bassi, nonostante l’inflazione galoppante.

L’Europa osserva con cautela, mentre Bruxelles analizza le contromosse. Il primo anno del “Trump-bis” si chiude così con un’eredità pesante: un’economia che cresce meno del 2024 e una tensione sociale alimentata da prezzi che non scendono. La partita si sposta ora dal piano costituzionale a quello della guerriglia burocratica. Per chi ha visto ridursi il proprio sussidio alimentare, però, il “temporaneo” effetto della crisi somiglia sempre più a una condizione permanente.

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