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L’America di Trump tra frenata e caos, il pil rallenta e la Corte Suprema boccia i dazi

Ariel Piccini Warschauer.

L’America di Donald Trump scopre bruscamente che i muri – anche quelli burocratici e tariffari – hanno un prezzo salato. E a pagarlo non sono le élite di Mar-a-Lago, ma quel ceto medio-basso che arranca tra scaffali dei discount e bollette sempre più pesanti. I dati diffusi dal Dipartimento del Commercio sul quarto trimestre del 2025 fotografano un Paese in frenata: la crescita si è fermata all’1,4%, meno della metà del 3% previsto e lontanissima dal 4,4% del trimestre precedente.

Lo spettro dello shutdown e il carovita

Il colpevole del rallentamento ha un nome preciso: lo shutdown. La paralisi amministrativa che ha congelato Washington tra ottobre e novembre non è stata solo una prova di forza politica, ma un sabotaggio dell’economia reale. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il blocco è costato l’1,5% del Pil, complice il taglio temporaneo ai buoni alimentari (Snap), l’ultima rete di salvataggio per milioni di famiglie.

Mentre la crescita frena, l’inflazione non molla la presa. L’indice Pce core – la bussola della Fed – è salito dello 0,4% a dicembre, portando il dato annuo al 3%. Un segnale inequivocabile: il processo di disinflazione è finito in un vicolo cieco. Gli americani continuano a spendere, ma è una “spesa di sopravvivenza”: ci si rivolge ai magazzini all’ingrosso e ai discount per contrastare l’aumento dei beni alimentari (+0,4% in un mese).

Lo schiaffo della Corte Suprema

In questo scenario di fragilità economica, è arrivata la mazzata giudiziaria. Con una sentenza storica da 6 voti contro 3, la Corte Suprema ha demolito l’impalcatura tariffaria del Tycoon, stabilendo che l’imposizione di dazi generalizzati tramite poteri di emergenza (Ieepa) è illegale.

Secondo la maggioranza dei giudici – inclusi i conservatori Barrett e Gorsuch, nominati proprio da Trump – il Presidente ha abusato della sua autorità. “I dazi sono tasse”, ricorda la Corte, e il potere di tassare spetta esclusivamente al Congresso. Una decisione che apre la strada a richieste di rimborso miliardarie da parte delle aziende colpite e che ha fatto esultare Wall Street, speranzosa in un allentamento delle tensioni commerciali.

La furia del Tycoon e il “Piano B”

La reazione di Trump non si è fatta attendere, tra post incendiari su Truth Social e una conferenza stampa d’urgenza. Il Presidente ha puntato il dito contro lo “shutdown democratico” (nonostante sia avvenuto sotto il suo mandato) e contro i giudici, definiti “influenzati da interessi stranieri”.

Ma il Tycoon non arretra e annuncia già il “Piano B” per aggirare la sentenza: Uso del Trade Expansion Act del 1962 per blindare i dazi su acciaio e alluminio. Ricorso al Trade Act del 1974 (Sezione 122) per imporre tariffe fino al 15% in caso di gravi deficit della bilancia dei pagamenti. Pressione sulla Fed e nuovi attacchi a Jerome Powell per ottenere tassi di interesse più bassi, nonostante l’inflazione galoppante.

L’Europa osserva con cautela, mentre Bruxelles analizza le contromosse. Il primo anno del “Trump-bis” si chiude così con un’eredità pesante: un’economia che cresce meno del 2024 e una tensione sociale alimentata da prezzi che non scendono. La partita si sposta ora dal piano costituzionale a quello della guerriglia burocratica. Per chi ha visto ridursi il proprio sussidio alimentare, però, il “temporaneo” effetto della crisi somiglia sempre più a una condizione permanente.

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