Iran-Usa, bozza d’accordo in arrivo ma l’ombra dei raid di Trump gela il tavolo
Ariel Piccini Warschauer.
Due cronometri corrono paralleli nel Golfo Persico, ma segnano tempi opposti. Il primo è quello della diplomazia: il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che la bozza per un nuovo accordo sul nucleare con gli Stati Uniti sarà pronta «entro due o tre giorni». Il secondo è quello dei motori dei caccia F/A-18 Super Hornet, fotografati dal Comando Centrale statunitense (CENTCOM) mentre scaldano i reattori sul ponte della portaerei Abraham Lincoln, nel Mar Arabico.
La partita negoziale
In un’intervista rilasciata a Ms Now, Araghchi ha provato a tracciare i confini di quello che potrebbe essere il compromesso del secolo o l’ennesimo vicolo cieco. «Gli Stati Uniti non ci hanno chiesto l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio», ha rivelato il capo della diplomazia di Teheran, spostando l’asse del discorso dalla rinuncia tecnologica alla «garanzia di un programma pacifico per sempre».
È un passaggio stretto, quasi un equilibrismo verbale. Araghchi sa che la pressione interna ed esterna è altissima e lancia un monito che suona come una sfida a Washington: «Non esiste una soluzione militare. Ci hanno attaccato, hanno assassinato i nostri scienziati, ma la tecnologia ci appartiene, è indigena. Non si distrugge con i bombardamenti».
L’ombra dei droni e l’asse con Mosca
Mentre a Ginevra si consumano i colloqui indiretti, i satelliti e l’intelligence occidentale descrivono una realtà ben più inquieta. Secondo rapporti di Fox News, l’Iran avrebbe sfruttato le recenti esercitazioni congiunte con la Russia nello Stretto di Hormuz come una sorta di “cavallo di Troia” tattico. Sotto la copertura delle manovre navali, Teheran avrebbe riposizionato segretamente i propri droni d’attacco in posizioni offensive.
L’esperto di difesa Cameron Chell parla di una «escalation calcolata», una mossa speculare all’attività dei droni MQ-9 Reaper e MQ-4C Triton americani che pattugliano incessantemente le coste iraniane. La presenza russa nel quadrante non è solo un supporto tecnico, ma un segnale politico: Teheran non è isolata mentre gioca la sua partita a scacchi con la Casa Bianca.
La dottrina Trump
A bordo dell’Air Force One, Donald Trump mantiene l’ambiguità che è il marchio di fabbrica della sua politica estera. A un giornalista che gli chiedeva se stesse considerando un «attacco limitato» contro le infrastrutture iraniane, il Presidente ha risposto con una frase che pesa come un macigno: «Immagino di poter dire che lo sto considerando».
La determinazione di Trump appare granitica: «Troveremo un accordo, o lo otterremo, in un modo o nell’altro». È la strategia della “massima pressione” portata alle sue estreme conseguenze: offrire un tavolo negoziale mentre si mostra il pugno chiuso.
Il richiamo di Bruxelles
L’Europa, dal canto suo, osserva con crescente preoccupazione il rischio di un errore di calcolo che possa incendiare l’intera regione. Il portavoce della Commissione Ue, Anouar El Anouni, ha confermato contatti serrati con Washington e nell’ambito del G7, invocando una «de-escalation immediata». Per l’Alta Rappresentante, la diplomazia resta l’unica via percorribile per una «soluzione sostenibile».
Resta da capire se le 72 ore annunciate da Araghchi basteranno a disinnescare i piani di attacco che Trump tiene sulla scrivania dello Studio Ovale. La finestra di dialogo è aperta, ma il vento che soffia dal Golfo è quello della tempesta.





