#ECONOMIA

Il dono e la solidarietà

Roberto Pizzi.

L’Economia classica si è basata per molto tempo sul concetto quasi dogmatico dell’ homo oeconomicus, teorizzato da Adam Smith nel 1776 nel libro La ricchezza delle nazioni, nel quale sostanzialmente si asseriva che l’uomo era sempre stato un essere razionale e utilitarista e la società che egli formava era un insieme di individui dediti al fine del massimo risultato col minimo sforzo. Da ciò se ne deduceva la natura egoista  dell’uomo, animato solo dalla ricerca del proprio tornaconto.

Ma dopo la crisi del 1929 e la grande recessione già l’economista Keynes smontava l’assunto liberista dell’autonomia illimitata della sfera economica, constatando che il mercato da solo non era sufficiente, perché non necessariamente l’offerta  genera una propria domanda e che può essere necessario l’intervento dello Stato per stimolare l’economia e ridistribuire la ricchezza.

Negli anni Trenta del secolo scorso videro la luce anche importanti studi sociali ed antropologici, che sostenevano l’esistenza nel passato di una società diversa sia da quella del pensiero liberale (società come somma di individui razionalisti ed economici) sia da quella marxista (che se pure avversava il capitalismo, si basava sul concetto di Economia come “struttura”  e vedeva la società come dialettica tra classi antagoniste). Si riscopriva anche il valore che il Dono aveva avuto nel passato, in quanto atto di estrema importanza non tanto per finalità economiche, bensì sociali: il donare accresceva il prestigio del donatore. Nell’arcipelago della Melanesia il kula trade è stato fino a poco tempo fa un tradizionale e complesso sistema di scambi che avveniva tramite spedizioni annuali o biennali: un modo per rendere complementari le isole a produzione agricola con quelle a vocazione manifatturiera. Anche qui non esistevano scambi individuali, casuali o a fine di profitto; i prodotti passavano  da gruppo a gruppo sotto forma di dono, secondo una ritualità esatta e nel sistema regnava la certezza di ciascun donatore di ricevere entro un certo lasso di tempo una contropartita dell’oggetto donato, casomai da un altro gruppo o da un’altra famiglia.

Tutto ciò non risolveva ovviamente il problema della armonia dei rapporti umani. Ma rispetto alla logica che aveva dato corpo alla teoria immodificabile “dello scambio” e della ricerca esclusiva del profitto, si compieva un passo avanti.

Nella nostra attualità si può sempre eccepire che un comportamento gratuito come il dono può configurarsi come un atto strumentale per ricevere ricompense immediate o future (l’attesa del ricambio di un beneficio, o l’aspettativa di una approvazione sociale). Oppure che la solidarietà ed il dono (pure encomiabili) possano derivare dalla  necessità di supplire all’incapacità istituzionale dirisolvere i problemi sociali (si pensi al  volontariato nell’assistenza agli handicappati, agli anziani, alle emergenze nei disastri) e che  possono essere compresi, in parte, non essendoci ricompense e neppure medaglie, nella gratificazione interna del superego del soggetto che li compie.

Tuttavia tale generosità si esalterebbe di più, se fine a se stessa, se compiuta volontariamente efinalizzata a “produrre bene” per chi la riceve  o per chi è comunque il destinatario, del quale si dovrebbe favorire sempre l’emancipazione dal bisogno. Ossia, gli  atti di solidarietà verso l’Uomo e l’Umana Famiglia dovrebbero essere atti di Amore e non di privilegio o di protezione. Questonobile altruismo rientrerebbe così a pieno titolo  fra le caratteristiche della vita retta, che  è quella ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza, che non hanno confini (cosicché una vita, per quanto retta  è sempre suscettibile di miglioramento). 

Non teorizzando un egoismo innato e immodificabile nell’uomo si può confidare, comunque, salvo catastrofi che scatenino incontrollabili istinti di sopravvivenza, che si accresca il numero di coloroche pur di vivere in una società più serena e civile sarebbero disposti anche ad una ragionevolelimitazione del proprio status economico, al fine di consentire ai più sfortunati di avere una vita dignitosa. Per ora ci si limita ancora a gruppi ristretti, per i quali il successo non si misuraesclusivamente sul denaro (che non deve essere considerato, comunque, “sterco del diavolo”) e ciò che conta, a volte, è la lettura di un buon libro, la visita a un museo, aria buona, leali rapporti col prossimo.  

Per tutti credo che vi possano essere – oltre ai precetti cristiani della carità, non  limitata all’evanescenza della elemosina –   anche due utili opzioni che portano entrambe nella direzione di una vita decente. Quella offerta dal filosofo illuminista  tedesco Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), il quale diceva che le azioni che noi compiamo in aiuto del prossimo dovrebbero avere un solo fine: “rendere inutili la maggiore parte di quelle che oggi vengono definite buone azioni”, nel senso che operando tutti per il bene, il concetto di buona azione” diventi un giorno superfluo.

Oppure quella che Giacomo Leopardi espresse nella “Ginestra”, con la dolente critica alle illusioni di un progresso rettilineo (le magnifiche sorti e progressive), dove il suo genio poetico offriva all’uomo l’alternativa della Fratellanza (e quindi la solidarietà) che doveva nascere dalla compassione (cum patire = condividere gli  stessi dolori), ossia dal sentimento profondo della comune sorte di tutti gli esseri viventi,  che deve portare ad una “costruttiva fraternità dell’umana compagnia”.

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