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Epstein Files, la lista dei 300 e il sospetto del grande depistaggio

Ariel Piccini Warschauer.

Trasparenza o cortina fumogena? Il Dipartimento di Giustizia americano (DoJ) ha scelto la strada del caos. A pochi giorni dalla tempestosa audizione della segretaria alla Giustizia Pam Bondi — accusata di aver trasformato l’inchiesta in un’arma di spionaggio politico — il Dipartimento ha trasmesso al Congresso un elenco di circa 300 figure pubbliche citate nei documenti su Jeffrey Epstein. Un “chi è” del potere e del mito che, per come è stato presentato, sembra studiato per confondere le acque più che per fare luce.

Tra i nomi, infatti, compare di tutto: Papa Giovanni Paolo II, Margaret Thatcher, Donald Trump, Barack e Michelle Obama, Bill e Hillary Clinton, Bill Gates, Elon Musk, Kamala Harris, Nancy Pelosi, Mark Zuckerberg. Ma la lista deborda nel surreale, includendo icone come Elvis Presley, Marilyn Monroe, Bruce Springsteen e Beyoncé, citati “alla rinfusa” in un unico calderone privo di contestualizzazione.

Il metodo “rinfusa”: cacciatori e prede nello stesso elenco

La pubblicazione ha scatenato un incendio politico. L’accusa mossa al DoJ è gravissima: aver “mescolato predatori e semplici citati”. Inserire in un’unica lista personalità morte decenni prima della nascita della rete criminale di Epstein (come Marilyn o Elvis) insieme a chi ebbe contatti documentati e prolungati con il finanziere, rischia di essere un capolavoro di depistaggio.

Il Dipartimento si difende con una nota tecnica: la semplice menzione non implica illeciti. Spesso si tratta di ritagli di stampa archiviati dal finanziere o di citazioni in documenti del tutto estranei ai crimini commessi con Ghislaine Maxwell. Ma per i critici, questo “minestrone” serve solo a generare un rumore di fondo tale da rendere impossibile distinguere le responsabilità reali dal gossip d’archivio.

Lo scandalo Bondi: il “Burn Book” per spiare il Congresso

L’operazione arriva mentre la segretaria Bondi è sotto assedio per un altro capitolo inquietante: lo spionaggio interno ai danni dei parlamentari. Durante un’audizione dell’11 febbraio, la Bondi è stata fotografata con un foglio dal titolo “Jayapal Pramila Search History”: la cronologia dettagliata delle ricerche effettuate dalla deputata democratica Pramila Jayapal all’interno dei file.

“Bondi si è presentata con un ‘libro nero’ per monitorare cosa cercavamo”, ha denunciato Jayapal. Il sospetto è che il DoJ utilizzi l’accesso ai documenti per anticipare le mosse degli inquirenti parlamentari, violando apertamente la separazione dei poteri.

La pista italiana: il ruolo di Paolo Zampolli

In questo oceano di nomi, l’Italia trova un punto di contatto specifico in Paolo Zampolli. L’imprenditore milanese, figura chiave del jet-set di Manhattan e uomo che presentò Melania Knauss a Trump, ricorre nei file in contesti che descrivono l’ampia rete sociale di Epstein.

Sebbene non emergano accuse di reato a suo carico, la presenza di Zampolli conferma come il finanziere utilizzasse figure centrali del mondo della moda e delle pubbliche relazioni per accreditarsi presso l’élite globale. Anche qui, il confine tra la frequentazione mondana e la conoscenza delle attività oscure di Epstein rimane l’enigma che la “lista dei 300” non aiuta a risolvere.

Mark Epstein rompe il silenzio: “Un trucco per coprire l’omicidio”

A rendere il quadro ancora più fosco intervengono le dichiarazioni di Mark Epstein, fratello del finanziere. Per lui, la pubblicazione di nomi come Elvis o il Papa è una strategia deliberata di “rumore bianco”.

“Mio fratello non si è suicidato, è stato ucciso”, attacca Mark, citando le fratture all’osso ioide e il misterioso guasto simultaneo delle telecamere nel carcere di Manhattan nel 2019. “Questa lista serve a proteggere i vivi, distogliendo l’attenzione dagli uomini d’affari che ancora siedono nei consigli d’amministrazione e che hanno beneficiato del silenzio di Jeffrey”.

“Abbiamo pubblicato tutto”… o forse no

Con una lettera inviata ai vertici delle Commissioni Giustizia, Bondi e il suo vice Todd Blanche dichiarano chiuso il dossier, sostenendo di aver ottemperato all’Epstein Files Transparency Act. Oltre 3,5 milioni di pagine sono state rese pubbliche, seppur con settimane di ritardo rispetto alla scadenza del 19 dicembre. Tuttavia, restano dei “buchi neri”: nomi legati a indagini aperte rimangono oscurati e mancano le comunicazioni criptate che Epstein utilizzava con i suoi partner più stretti.

Mentre l’America si divide, il caso Epstein smette di essere solo un processo a un predatore e diventa lo specchio deformante di un sistema di potere che, anche davanti all’abisso, preferisce il fumo all’evidenza.

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