Il codice del massacro: le emoji di Hamas che hanno ingannato lo Shin Bet
Ariel Piccini Warschauer.
Non sono state le grandi manovre militari a tradire la sicurezza di Israele, o il vai e vieni dai rifugi dei miliziani nei tunnel ma il linguaggio apparentemente innocuo delle comunicazioni digitali utilizzate quotidianamente. Mentre i radar cercavano i movimenti dei terroristi di Hamas e della Jihad islamica, i miliziani palestinesi si muovevano impartendo ordini tra le pieghe di una chat.
Nuovi dettagli emersi da un’inchiesta dello Stato Maggiore dell’IDF (le forze di difesa israeliane) rivelano come il 7 ottobre 2023 sia stato preceduto da una sofisticata operazione di “silenzio elettronico” e da messaggi cifrati, che ha permesso a migliaia di terroristi di coordinarsi sotto il naso dell’intelligence più avanzata al mondo.
Il codice delle icone
Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco, i telefoni dei miliziani di Hamas hanno cominciato a vibrare. Non ordini complessi, ma semplici emoji inviate via WhatsApp. Secondo l’intelligence militare israeliana, quei simboli grafici — concordati mesi prima — erano il segnale definitivo per la mobilitazione generale. Un’icona specifica significava “andare in moschea”, un’altra indicava di recuperare le borse da combattimento pre-posizionate, contenenti mappe, istruzioni mediche e ordini operativi che puntavano a un massacro di massa.
L’uso di piattaforme civili e di un codice visivo così elementare ha permesso ad Hamas di mimetizzarsi nel gigantesco traffico dati della Striscia, rendendo quasi impossibile per gli algoritmi di sorveglianza distinguere una comunicazione militare da una conversazione privata.
La trappola delle SIM
Un altro tassello fondamentale del piano è stata la gestione dell’identità digitale. Poco prima di varcare il confine, a centinaia di operativi è stato ordinato di estrarre le proprie SIM palestinesi e inserire schede SIM israeliane. Una mossa doppia: da un lato, ha permesso ai terroristi di mantenere la connettività e la capacità di mappatura una volta entrati in territorio nemico; dall’altro, ha creato un “buio” informativo momentaneo, disorientando i sistemi di tracciamento dell’intelligence israeliana.
I segnali del “buio”
L’inchiesta dello Stato Maggiore evidenzia una serie di indicatori che, letti oggi, compongono un mosaico inequivocabile. Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, Hamas rimosse le coperture dai lanciarazzi e attivò centri di comando sotterranei. Ma il segnale più inquietante fu il movimento dei comandanti di alto rango: molti di loro scesero nei tunnel portando con sé le proprie famiglie. Un gesto che gli investigatori oggi giudicano impossibile durante una semplice esercitazione, ma che allora fu sottovalutato.
La “Cassandra” dell’intelligence
Riemerge con forza la figura di “V”, una sottufficiale dell’intelligence descritta come l’esperta assoluta dell’ala militare di Hamas. Per mesi, “V” aveva inondato i suoi superiori con email dettagliate, avvertendo che il gruppo stava passando dalla fase di pianificazione a quella di esecuzione. Le sue analisi parlavano di “cambiamenti sottili” nel comportamento delle milizie sul terreno.
Nonostante la precisione dei suoi rapporti, distribuiti a decine di destinatari, solo una manciata di colleghi rispose. La convinzione diffusa nei vertici era che Hamas fosse entrata”in una fase dormiente” e non interessata a un conflitto. Un errore di valutazione che ha trasformato le emoji di una chat nell’inizio del giorno più buio nella storia dello Stato di Israele.





