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Il caso Piombino, tra promesse d’acciaio e firme fantasma

Pablo Cinci*.

C’è un’espressione, cara alla tradizione popolare, che l’indimenticabile Principe de Curtis ha elevato a monito universale contro l’ingenuità: “‘Ccà nisciuno è fesso”.

A Piombino, questa massima smette di essere colore locale per farsi manifesto di una comunità che, dopo anni di attese estenuanti e scadenze evaporate, chiede oggi il conto della propria dignità industriale. Al centro del rebus c’è la JSW Steel Italy e un Accordo di Programma che, come un miraggio nel deserto siderurgico, continua ad apparire all’orizzonte per poi dissolversi a ogni tentativo di avvicinamento.

Bisogna dare atto alla Uilm di aver squarciato un velo di silenzio troppo a lungo alimentato da tatticismi e, forse, da un certo pudore istituzionale. Ma per comprendere l’attuale stallo, occorre ripercorrere i passi di una parabola che ebbe inizio in una data precisa: il 24 luglio 2018. Quel giorno, l’acquisizione del sito ex Lucchini — il secondo polo siderurgico nazionale — venne salutatacome l’ipotetica alba di un nuovo Rinascimento. Sette anni dopo, il bilancio è quello di un crepuscolo, peraltro, mal gestito.

Se la storia industriale si scrivesse con gli annunci, Piombino sarebbe oggi un’eccellenza globale; se si scrive, come si deve, con gli investimenti, la cronaca si fa impietosa. Abbiamo assistito alla presentazione di un progetto per la tempra delle rotaie, mai realizzato nonostante l’ottenimento delle varianti urbanistiche. Abbiamo visto le aree a caldo venire demolite, lasciando in eredità non una nuova fabbrica, ma l’inquietante nube di polveri che avvolse la città nel luglio 2023. Oggi, di quel colosso che fu, resta acceso quasi esclusivamente il treno rotaie, alimentato dalle commesse pubbliche.

Un unico filo che tiene in vita il destino di migliaia di famiglie e una rilevanza strategica nazionale che l’Italia non può permettersi di smarrire.

Nel dibattito degli ultimi giorni è emerso l’alibi della “variante urbanistica” mancante. È qui che l’analisi deve farsi rigorosa. Sostenere che l’assenza della variante blocchi la firma dell’Accordo di Programma significa invertire la logica del diritto e del buonsenso. La posizione dell’amministrazione comunale è, in questo senso, inattaccabile e condivisibile: non si rilasciano autorizzazioni urbanistiche sulla fiducia a chi ha già dimostrato di non onorare i tempi. L’Accordo di Programma è l’atto primario, il perimetro dentro cui l’azienda mette nero su bianco impegni, capitali e cronoprogrammi. Solo allora, e solo come conseguenza di quegli impegni, la variante diventa l’atto tecnico dovuto. Chiedere il contrario significa pretendere una cambiale in bianco da una città che ha già visto troppe firme tornare indietro senza copertura.

Piombino non può più permettersi di essere il triste palcoscenico di una commedia dell’assurdo. Se ci sono ragioni che impediscono allo Stato o alla parte pubblica di soddisfare determinate richieste, queste devono essere rese note. Il tempo del tatticismo è scaduto.

La città non ha bisogno di sussidi, ma della certezza di un futuro produttivo, a partire dal revamping del treno rotaie. Perché, se è vero che errare è umano e perseverare è diabolico, continuare a eludere la firma di un accordo vitale è una scelta che Piombino non è più disposta a subire nel silenzio.

‘Ccà, appunto, nisciuno è fesso.

*Pablo Cinci è presidente di Appello per il lavoro e lo sviluppo a Piombino

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