Gaza, il fragile equilibrio della Linea Gialla: Israele minaccia il ritorno all’offensiva
Ariel Piccini Warschauer.
«Siamo pronti a passare dalla difesa all’offensiva». Le parole pronunciate venerdì dal Capo di Stato Maggiore dell’IDF, il Tenente Generale Eyal Zamir, davanti alle truppe schierate lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, non lasciano spazio a interpretazioni. Nonostante il cessate il fuoco siglato nell’ottobre 2025 – dopo due anni di un conflitto che ha ridefinito i confini del dolore in Medio Oriente – il rumore dei cingolati non è mai del tutto svanito.
L’avvertimento dei vertici militari israeliani è netto: se Hamas non procederà al disarmo totale previsto dagli accordi, la tregua resterà solo un interludio su un pezzo di carta.
La geografia della tregua
La realtà sul campo è oggi cristallizzata dalla Linea Gialla, il solco di demarcazione stabilito dall’ONU che spacca la Striscia in due: da una parte le aree sotto controllo israeliano, dall’altra quelle amministrate dai palestinesi. È un confine invisibile ma letale. Dalla sua istituzione, Hamas denuncia l’uccisione di 600 palestinesi; sul fronte opposto, Israele piange quattro soldati caduti in imboscate e scontri a fuoco con i terroristi che la diplomazia non riesce a fermare.
Secondo Shaul Bartal, analista del Begin-Sadat Center for Strategic Studies, questo assetto rischia di trasformarsi in uno “status quo permanente”. Israele controlla le zone strategiche con l’appoggio di alcune milizie locali anti-Hamas, mentre l’organizzazione terroristica mantiene il controllo sulle restanti macerie. «Un equilibrio che potrebbe durare anni», avverte Bartal, «ma con la miccia sempre accesa».
Il “Piano Trump” e la fase due
Mentre sul terreno si contano i cadaveri, a Washington si contano i miliardi. Il Presidente Donald Trump sta spingendo per dare inizio alla Fase Due del suo piano di pace in 20 punti, già adottato dal Consiglio di Sicurezza ONU nel novembre 2025.
I punti cardine sono ambiziosi, quasi utopici vista la tensione attuale:
Disarmo completo delle milizie di Hamas.
Ritiro totale delle forze israeliane dalla Striscia.
Governo tecnocratico per la ricostruzione, che escluda Hamas da ogni ruolo sovrano.
Il Ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, è atteso nei prossimi giorni a Washington per il primo incontro del Board of Peace. Sul tavolo, un pacchetto di aiuti multimilionari e il dispiegamento di una Forza di Stabilizzazione Internazionale incaricata di addestrare la polizia locale e presidiare i confini.
Il paradosso di Gaza
Eppure, dietro la retorica della pace, si consuma un paradosso politico. Come sottolinea Nimrod Goren (del Mitvim Institute), la situazione attuale, per quanto precaria, offre paradossalmente dei vantaggi tattici sia a Benjamin Netanyahu che ai vertici di Hamas. Entrambi possono giustificare la propria presenza e il proprio potere attraverso la minaccia dell’altro.
Nel frattempo, l’intelligence israeliana osserva con preoccupazione i segnali di ripresa di Hamas: nuovi reclutamenti, il tentativo di ripristinare i tunnel e la riconversione di ordigni inesplosi in nuovi arsenali. Se la diplomazia del Board of Peace non riuscirà a imporre il disarmo, la “Linea Gialla” cesserà di essere un confine di sorveglianza per tornare a essere il fronte di una nuova, inevitabile, offensiva.
Gaza resta sospesa: un deserto di rovine e macerie dove la pace è solo un’assenza temporanea di bombardamenti a tappeto.





