Il Board di Trump scavalca l’Onu: migliaia di soldati e 5 miliardi per Gaza
Ariel Piccini Warschauer.
Non un accordo multilaterale, ma un consorzio di “volenterosi” a trazione Maga. Donald Trump accelera sulla sua personale soluzione per il dopoguerra a Gaza, confermando via social che il Board of Peace (BoP) — l’organismo da lui presieduto e creato a Davos per sostituire nei fatti la missione delle Nazioni Unite — ha ora i numeri per partire. “Migliaia di uomini” e un fondo di oltre 5 miliardi di dollari: sono queste le cifre di una forza d’interposizione che promette di stabilizzare la Striscia, ma che rischia di polverizzare quel che resta dell’ordine internazionale del dopoguerra.
L’esercito dei “Soci”
Il post su Truth Social di ieri pomeriggio ha trasformato le indiscrezioni del Jerusalem Post in una dottrina diplomatica. I membri del Board, un club esclusivo che comprende Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Indonesia, hanno ufficializzato l’impegno per la International Stabilization Force (ISF). Si tratta di una forza multinazionale che dovrebbe garantire la sicurezza mentre il controllo civile passerà a un comitato di tecnocrati palestinesi, con l’obiettivo dichiarato di estirpare definitivamente l’influenza di Hamas.
Ma il vero motore è economico. I 5 miliardi di dollari messi sul piatto non sono semplici aiuti: sono la quota d’ingresso e di gestione di un piano che Trump gestisce con la logica di una holding della pace. Un modello “pay-to-play” che solleva interrogativi inquietanti sulla legittimità internazionale, ma che sembra attirare i partner regionali stanchi dell’inefficacia di New York e Bruxelles.
L’Italia resta a guardare
Mentre giovedì a Washington si terrà il primo vertice operativo per definire il dispiegamento delle truppe, l’Europa appare divisa e marginalizzata. L’Italia di Giorgia Meloni, pur lusingata dall’invito del tycoon, è costretta a una frenata istituzionale. Fonti di Palazzo Chigi confermano l’impossibilità di un’adesione piena per “incompatibilità costituzionale” (il riferimento è all’articolo 11), optando per un più prudente ruolo di “osservatore”. Una posizione che permette a Roma di non rompere con l’alleato americano senza però avallare formalmente un organismo che scavalca i trattati internazionali.
Il rischio del vuoto di diritto
Il pericolo, denunciano molti osservatori internazionali, è che il Board of Peace diventi una “Onu alternativa” senza regole condivise, dove la pace è un prodotto venduto al miglior offerente. Se da un lato il dispiegamento di migliaia di soldati arabi potrebbe effettivamente offrire a Israele le garanzie di sicurezza richieste, dall’altro l’assenza di un mandato Onu lascia Gaza in un limbo giuridico dove la ricostruzione rischia di trasformarsi in una gigantesca operazione di speculazione edilizia sotto controllo militare.
Trump ha promesso che il BoP sarà “l’organismo internazionale più importante della storia”. Per ora, è certamente quello che sta mettendo più in crisi le cancellerie del vecchio continente.





