La svastica mettiamola fuori commercio
Ariel Piccini Warschauer.
Non c’è orrore che il marketing non possa masticare, digerire e sputare fuori sotto forma di gadget vintage. L’ultimo cortocircuito etico arriva da Losanna, dove il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) ha pensato bene di inserire nella sua “Heritage Collection” una t shirt celebrativa dei Giochi di Berlino 1936. Risultato? Sold out. Esaurita in poche ore, come un paio di sneaker in edizione limitata, la maglietta che riproduce il poster della kermesse che fu il capolavoro della propaganda del Terzo Reich.
L’estetica del regime come souvenir
Il design è quello “classico”: l’atleta virile, la corona d’alloro, la Porta di Brandeburgo e i cinque cerchi. Un’immagine che nel 1936 servì a Joseph Goebbels per vendere al mondo il volto “accogliente” e monumentale della Germania nazista, mentre a pochi chilometri dallo stadio il regime ripuliva le strade dai rom, nascondeva i cartelli antisemiti e preparava i campi di sterminio.
Oggi, quella stessa immagine viene venduta sul sito ufficiale delle Olimpiadi — proprio mentre l’attenzione si sposta verso i Giochi invernali di Milano-Cortina — come parte di una collezione che dovrebbe celebrare i momenti in cui “il mondo si è riunito per onorare l’umanità”. Un ossimoro intollerabile per chiunque abbia aperto un libro di storia: nel 1936 l’umanità non fu celebrata, fu messa in scena per occultarne la sistematica distruzione.
La memoria rimossa
Storici e studiosi dell’Olocausto, interpellati dalla Cnn, hanno sollevato un grido d’allarme che travalica il semplice sdegno. Il problema non è la conservazione storica — i musei servono a questo — ma la mercificazione. Trasformare il simbolo di un’edizione che escluse gli atleti ebrei e celebrò la presunta superiorità della razza ariana in un oggetto di consumo significa svuotare di significato politico il passato.
C’è chi prova a salvare l’operazione citando l’impresa di Jesse Owens. Ma l’eroismo dell’atleta afroamericano, che vinse quattro ori sotto gli occhi di un Hitler furente e schifato per la meravigliosa impresa sportiva di un atleta di colore, fu un’eccezione che confermò la regola di un evento osannato dalla propaganda nazista. Usare Owens come foglia di fico per vendere il “brand” di Berlino ’36 è un’operazione di sportwashing retroattivo che non si può ignorare.
La difesa burocratica di Losanna
Dal Cio la risposta è di un gelido pragmatismo burocratico: “Celebriamo 130 anni di arte e design olimpico”. Per i vertici dello sport mondiale, la grafica di un poster sembra avere un valore neutro, indipendente dal sangue che ne ha bagnato l’epoca. Il fatto che la produzione fosse “limitata” e sia andata esaurita viene quasi rivendicato come prova di successo, ignorando il fatto che, in certi casi, la domanda di mercato non è un indicatore di qualità, ma di un inquietante feticismo per l’estetica del male.
Mentre il mondo festeggia gli atleti impegnati nei Giochi di Milano Cortina, il Cio ci ricorda che per il profitto tutto è “Heritage”, anche il capitolo più buio della storia del Novecento con buona pace di valori universali quali il FairPlay e il rispetto.


