#CULTURA

Storia dei motori, la passione di Giacomo Puccini e di altri lucchesi importanti

Roberto Pizzi.

Giacomo Puccini (1858-1924) con i suoi primi guadagni di compositore si accontentò di acquistare una innovativa bicicletta, nel 1895, che comunque gli permetteva rapidi spostamenti nella zona di Torre del Lago. Per  coronare il  desiderio di dotarsi di  mezzi  a motore propri  dovette attendere ancora qualche anno. Prima aveva fatto esperienza sull’auto  Panhard – Levasson del marchese Carlo Ginori Lisci, suo dirimpettaio sul lago, nella villa “La Piaggetta”;  poi, finalmente ,nel 1901, ebbe un’auto tutta sua, una De Dion Buton, che si guidava con il manubrio, come una bicicletta. L’anno seguente acquisterà  una vettura più potente, la Clement da 8 cavalli, con la quale avrà un pauroso incidente che lo immobilizzerà a letto, ingessato, per una lunga convalescenza. Nel 1904, sarà sua un’altra De Dion Buton – Populaire, più comoda e veloce. Poi venne la Fiat 60 hp e nel 1905 la Isotta Fraschini. Ed altre ancora, fra queste una Lancia Trikappa che raggiungeva i 120 km orari ed infine, nell’anno della sua morte, nel 1924, una Lancia Lambda. Da non dimenticare, la sua moto Indian con sidecar, comprata a Firenze,  nel 1914, che era la moto più moderna per quell’epoca ed i motoscafi per le gite sul lago di Massaciuccoli.

Fra i pionieri dell’automobilismo lucchese si ricorda, poi, Giorgio Gamba che fu il primo ad avere la patente di Guida, nel 1901, anche se Piero Cesaretti (abilitato solo nel 1912)  era già intorno ai motori dal 1897, nell’officina del cognato Eugenio Fascetti e in quella di Vorno del conte Minutoli e addirittura  insegnava a guidare senza abilitazioni ufficiali.  Fra gli altri appassionati della guida, per brevità, si segnala il nome di Giulio Bertolli, “cavaliere del lavoro”, della celebre azienda commerciale lucchese, al quale venne rilasciata la patente nel 1908 .

Di quest’epoca e di questo mondo resta il suggestivo ricordo del baffuto marchese Raffaello Mansie di sua moglie Antonietta, seduti “pittorescamente come davanti al fotografo” sul vasto sedile posteriore della loro Limousine, coi fari a carburo, guidata dall’autista rigorosamente in divisa nera, con berretto dotato di visiera lucida. Lo chauffeur di fiducia dei nobili lucchesi era Pietro Giannotti, che sarebbe diventato un personaggio noto nel settore automobilistico locale. Eravamo nel 1913,  ed i bambini del vicinato assistevano estasiati all’uscita e al ritorno della vettura nel palazzo Mansi di via Galli Tassi, che erano ormai cerimonie pubbliche, in quanto annunciate da una tromba, posta sul parafango destro e collegata mediante un tubo flessibile alla postazione dell’autista, che veniva suonata per avvertire il pubblico del passaggio.

Una scena plateale che, comunque, nella mansueta Lucca, non sembra avesse mai prodotto una reazione popolana come in quella scena del film “L’oro di Napoli”, quando il volgo esasperato dell’arroganza nobiliare e ammaestrato da Eduardo De Filippo, alias il professore, invece di applaudire, come d’abitudine, il passaggio a bordo della sua berlina del duca Alfonso Maria di S. Agata dei Fornari, si ribellava  demolendolo  psicologicamente con il celeberrimo “pernacchio”. 

Del resto, fino al secondo dopoguerra del secolo scorso, le automobili appartenevano sostanzialmente al mondo nobiliare, ai facoltosi uomini di affari, o ai dandy di provincia del Caffè Savoia, celebre locale cittadino, dove la passione per l’automobilismo sportivo toccava il diapason negli anni Trenta. Come opinion leaders nei commenti sulle gare sportive o sugli aspetti tecnici  delle auto da corsa,  si ricordano i nomi di Renato Balestrero, Clemente Biondetti, Aldo Terigi, Eugenio Fontana, Sergio Lunatici, ed altri ancora. Le discussioni diventavano ben presto accanite e spesso scattavano sfide e scommesse con improvvisate gare nella notte. (continua)

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