Matteo Renzi, Giorgia Meloni e i referendum
Biagio Marzo.
Matteo Renzi non ha dimenticato il 4 dicembre 2016, la sconfitta del referendum costituzionale. Il No vinse in modo netto con il 59,1 per cento e Renzi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio. A nostro avviso, da quel momento iniziò per lui uno slalom politico: la scissione dal Partito Democratico ne completò la parabola discendente, con una sequenza di scelte sbagliate, una porta dopo l’altra. Eppure, alla vigilia del voto, i sondaggi lo davano vincente, sul podio. Giorgia Meloni si trova oggi ad affrontare un referendum su tutt’altra materia: la riforma della magistratura. Avendo imparato la lezione renziana, ha chiarito con largo anticipo che, anche in caso di sconfitta, non si dimetterebbe. Recepita la lezione, il caveat è diventato la sua bussola, utile a evitare inciampi politici e personalizzazioni eccessive dello scontro referendario.Alla luce degli ultimi sondaggi — veri o presunti — il cartello del No segue ormai a ruota il Sì. Se vogliamo dirla tutta, si è passati dalla furia francese alla ritirata spagnola. Nelle settimane precedenti il divario tra i due fronti era consistente: il Sì era nettamente in vantaggio. Tuttavia, una maggioranza apparsa più sulla difensiva, o distratta da tutt’altre faccende — dal dibattito mediatico alle polemiche collaterali — ha consentito al No di recuperare terreno e ridurre sensibilmente la distanza. Paradossalmente, oggi sono soprattutto i comitati liberali e riformisti a sostenere con decisione il Sì, mentre la maggioranza di governo sembra osservare la partita da bordo campo. “E le stelle, -per usare il titolo di un romanzo di A.J Cronin- stanno a guardare”. Giorgia Meloni deve essere consapevole che, qualora il Sì dovesse prevalere, dovrà comunque fare i conti con il fatto che la vittoria sarebbe stata resa possibile anche da forze politiche e culturali esogene alla maggioranza. Se invece il Sì fosse sconfitto, è certo che la presidente del Consiglio non si dimetterà; ma si ritroverebbe a guidare un governo politicamente azzoppato, un’“anatra zoppa” chiamata ad arrivare alle elezioni politiche del 2027 in condizioni di evidente difficoltà.





