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Q8
Toscana

Siena, il passato al potere e il futuro…dimentica

Paolo Benini.

I grandi avvenimenti, soprattutto quando investono la storia e l’identità di una comunità, producono spesso un fenomeno curioso. Anziché favorire una riflessione sui fatti e sulle loro conseguenze, finiscono per riattivare appartenenze, contrapposizioni e convinzioni consolidate. Si formano fazioni, si distribuiscono responsabilità, si individuano colpevoli. Ciascuno ritrova nelle vicende che emergono o riemergono una conferma di ciò che, molto spesso, pensava già prima. Le interpretazioni si sovrappongono ai fatti e il confronto rischia di trasformarsi in una competizione tra certezze, nella quale comprendere diventa meno importante che avere ragione. È un comportamento umano tutt’altro che sorprendente, nel quale la protezione della propria identità e delle convinzioni condivise può prevalere sulla disponibilità a riconsiderarle. Ma c’è un aspetto ancora più interessante: mentre l’attenzione collettiva si concentra sulle responsabilità, vere o presunte, dei grandi avvenimenti, rischia di passare inosservato ciò che continua ad accadere quotidianamente. Le abitudini, le scelte, le omissioni e i piccoli meccanismi attraverso i quali una comunità contribuisce a mantenere proprio quelle condizioni di cui lamenta le conseguenze. Siena non è certamente immune da questo fenomeno. Mi interessa piuttosto ciò che accade in questa città ogni volta che un grande avvenimento riporta alla superficie la sua storia recente. Ricompare immediatamente un repertorio conosciuto. Il Monte dei Paschi, le sue vicende, la crisi, gli errori, le responsabilità politiche e personali. Poi la città che avrebbe perduto la propria centralità, i negozi storici che chiudono, le attività commerciali che scompaiono, il timore che la banca finisca per allontanarsi definitivamente dalle proprie origini. A seguire il Palio, le Contrade, la trasformazione dei rapporti sociali, la senesità che non sarebbe più quella di una volta. Naturalmente non mancano le responsabilità, né le ragioni di preoccupazione. Sarebbe sciocco negarle. Il problema è che questa rappresentazione della città sembra ormai possedere una caratteristica costante: tutto ciò che non funziona ha un responsabile, e quel responsabile è invariabilmente qualcun altro. È un fenomeno psicologicamente interessante. Gli esseri umani non sono osservatori imparziali della propria esistenza. Tendono a costruire interpretazioni degli eventi che consentano di preservare un’immagine sufficientemente coerente e positiva di sé. Tra i meccanismi descritti dalla psicologia sociale vi è il cosiddetto self-serving bias, la tendenza ad attribuire i successi prevalentemente alle proprie capacità e gli insuccessi a circostanze esterne. Non è una legge universale, né spiega ogni comportamento, ma rappresenta una distorsione cognitiva ben documentata. Qualcosa di analogo può verificarsi anche nelle rappresentazioni collettive, quando un gruppo costruisce una narrazione condivisa che protegge la propria identità. Il vantaggio psicologico è evidente: conserviamo la nostra innocenza. Il costo, molto meno evidente, è che perdiamo progressivamente il controllo su ciò che possiamo modificare. Se la responsabilità di tutto ciò che accade è sempre altrove, anche il potere di cambiare qualcosa finisce inevitabilmente per trovarsi altrove. È una condizione ideale per chi ama lamentarsi. Consente di essere contemporaneamente vittima, giudice e spettatore, senza la fastidiosa necessità di diventare protagonista.

Questa condizione richiama, con le necessarie distinzioni, gli studi di Martin Seligman sull’impotenza appresa. Quando un individuo sperimenta ripetutamente l’assenza di controllo sugli eventi, può progressivamente ridurre i propri tentativi di modificarli, fino a non riconoscere più le possibilità di intervento anche quando queste tornano disponibili. Naturalmente una città non è un individuo e non sarebbe scientificamente corretto attribuirle una condizione psicologica collettiva sulla base delle sue lamentele. Ma il modello offre uno spunto interessante. Che cosa accade quando una comunità continua a raccontare a se stessa che tutto ciò che determina il proprio destino dipende da forze esterne? Il rischio è che quella rappresentazione, a forza di essere ripetuta, contribuisca a ridurre la percezione delle proprie possibilità di azione.

Non sappiamo se Siena sia realmente incapace di cambiare. Possiamo però domandarci quanto la convinzione di non poterlo fare finisca per favorire proprio gli equilibri che vengono continuamente criticati. Con un’ulteriore particolarità: chi occupa posizioni di influenza può avere interesse a conservare quegli equilibri, mentre chi ne rimane escluso può convincersi che tentarne la modifica sia inutile. In questo modo la rinuncia degli uni e la convenienza degli altri possono produrre lo stesso risultato. E il sistema continua a funzionare, con buona soddisfazione di chi occupa le posizioni più favorevoli. Ecco allora una domanda che rivolgerei ai numerosi commentatori della decadenza senese, ai custodi delle memorie cittadine, agli indignati permanenti, a quanti sembrano conoscere perfettamente le ragioni di ogni fallimento. Che cosa state facendo, concretamente, per cambiare qualcosa? Non che cosa pensate delle responsabilità di vent’anni fa. Non quali errori attribuite alle amministrazioni, alla banca, alla politica o a qualche personaggio ormai scomparso dalla scena. Non quanto rimpiangete la Siena della vostra giovinezza. Che cosa state facendo oggi? La domanda non pretende di cancellare la storia. Al contrario, presuppone che la storia venga conosciuta e compresa. Ma introduce una distinzione fondamentale tra due comportamenti che troppo spesso vengono confusi: attribuire una responsabilità e assumersi una responsabilità. La prima operazione riguarda prevalentemente il passato. La seconda riguarda necessariamente il futuro. Sono entrambe legittime e necessarie. Diventano però incompatibili quando la prima occupa tutto lo spazio mentale disponibile e impedisce alla seconda di esistere.

La storia, anche quando non ci piace, ha una proprietà irriducibile: è già accaduta. Possiamo indagarla, giudicarla, comprenderla. Non possiamo modificarla retroattivamente. Possiamo invece decidere che cosa fare di ciò che ci ha lasciato. Ed è precisamente qui che, a mio giudizio, Siena manifesta uno dei suoi limiti culturali più profondi. Questa città possiederebbe un patrimonio storico, artistico e identitario straordinario. Uso volutamente il condizionale, perché un patrimonio non può essere considerato una ricchezza soltanto per il fatto di esistere. Il suo valore per una comunità dipende anche dall’uso che quella comunità è capace di farne. E quando viene impiegato prevalentemente per legittimare appartenenze, confermare gerarchie e perpetuare equilibri consolidati, quel patrimonio, per quanto straordinario, diventa sostanzialmente inutile rispetto alla costruzione del futuro. Rimane una ricchezza da esibire, ma non una risorsa capace di produrre sviluppo. La ricchezza della storia può così trasformarsi nella povertà del presente quando viene organizzata esclusivamente secondo le logiche del passato. Non è la storia a impoverire una comunità, ma il modo in cui la comunità decide di utilizzarla. Quando il passato diventa il criterio con cui selezionare persone, distribuire riconoscimenti e legittimare posizioni, cessa di essere una risorsa culturale e diventa uno strumento di conservazione degli equilibri. Si finisce per considerare il cambiamento una perdita, la novità una minaccia, la discontinuità un tradimento. La tradizione, da risorsa, diventa un sistema di protezione dell’esistente.

La parola senesità, continuamente utilizzata, meriterebbe forse un esame meno sentimentale e più rigoroso. Che cosa definisce oggi? La nascita in un determinato territorio? La conoscenza delle Contrade? L’appartenenza a una genealogia cittadina? La partecipazione ai rituali? Oppure la capacità di contribuire realmente allo sviluppo culturale, scientifico, economico e sociale della città? Perché se la senesità si limita a certificare l’appartenenza a qualcosa che è già stato, rischia di diventare una sorta di titolo nobiliare senza più alcuna funzione. Leggendo alcune dichiarazioni e commenti apparsi sulla stampa cittadina negli ultimi giorni, mi è venuta perfino la tentazione di rimettermi in gioco. Ho immaginato di compilare un curriculum per una prestigiosa posizione nell’universo senese, rispondendo diligentemente ai requisiti che, almeno nella mia fantasia, avrebbero potuto essere richiesti. Luogo di nascita? Siena. Studi, attività professionali, esperienze? Qualcosa da scrivere, tutto sommato, l’avrei trovato. Poi, improvvisamente, il quesito decisivo: quanti Palii ha vinto? Purtroppo, zero. Avrei potuto tentare di far valere due modeste entrate in Piazza del Campo nella passeggiata storica degli anni Settanta, ma francamente sarebbe stato difficile sostenere che potessero equivalere a una vittoria. E soprattutto, nel mio immaginario modulo, accanto alla domanda compariva un asterisco: requisito obbligatorio. Ho quindi prudentemente rinunciato alla candidatura. Del resto, davanti a certi titoli di merito, decenni di attività professionale rischiano di diventare dettagli trascurabili. Naturalmente non esiste alcun curriculum, non ho presentato alcuna domanda e non intendo candidarmi a nulla. È uno scherzo, suggerito dalla lettura della cronaca locale.

Ma lo scherzo riguarda una questione seria: la singolare facilità con cui un’appartenenza, una tradizione o un’esperienza particolare possono diventare, almeno nella rappresentazione pubblica, certificazioni generali di autorevolezza. Vincere un Palio può essere un’esperienza importante, prestigiosa, perfino straordinaria nel contesto in cui si realizza. Ma resta da comprendere quale relazione necessaria esista tra quella esperienza e la capacità di esercitare responsabilità economiche, culturali o istituzionali. Le competenze non sono intercambiabili. E l’identità non è un titolo professionale. Questo mi porta a un altro episodio recente: il conferimento del Premio Mangia 2026 al dottor Luigi Lovaglio. Desidero precisare che non conosco personalmente Lovaglio e che nutro nei suoi confronti una considerazione professionale elevatissima. Il suo percorso manageriale, le responsabilità assunte e il lavoro svolto alla guida del Monte dei Paschi costituiscono elementi di assoluto rilievo. Non intendo discutere i suoi meriti né la legittimità del riconoscimento. La questione è diversa. Mi interessa la cultura che produce una determinata scelta. Una città che da anni racconta la propria crisi, lamenta la perdita di centralità e denuncia l’incapacità di costruire prospettive nuove decide di attribuire il proprio riconoscimento più prestigioso a una figura già affermata, autorevole, protagonista proprio di quell’universo bancario intorno al quale continua a ruotare gran parte della sua narrazione identitaria. Una scelta rispettabile. Ma soprattutto rassicurante. Il Mangia ha uno statuto e finalità precise, naturalmente. Non sto sostenendo che si dovessero ignorare le regole del riconoscimento. Sto osservando che una comunità può scegliere quali strumenti utilizzare, quali occasioni creare e quali energie rendere visibili. Personalmente avrei trovato molto più interessante una città capace di promuovere, anche attraverso un nuovo riconoscimento, una giovane donna o un giovane uomo di trent’anni, magari poco più, che avesse dimostrato talento, capacità di ricerca, innovazione, visione imprenditoriale o culturale. Non necessariamente qualcuno già arrivato. Qualcuno che stesse dimostrando di poter arrivare. La differenza è sostanziale. Celebrare un prestigio consolidato significa riconoscere ciò che è già evidente. Individuare e valorizzare un talento emergente significa assumersi la responsabilità di una scelta. E soprattutto significa accettare il rischio di sbagliare. Ma il rischio è una componente inevitabile dell’innovazione. Una comunità che pretende di non sbagliare mai nelle proprie scelte finirà quasi certamente per scegliere sempre ciò che conosce. Il riferimento a Lovaglio, quindi, non è una critica a Lovaglio. È una critica a un criterio culturale che sembra preferire la consacrazione alla scoperta.

C’è anche un tratto di provincialismo, nel senso più preciso e meno geografico del termine. Il provincialismo non consiste nell’abitare in una città piccola. Consiste nel bisogno di sentirsi grandi attraverso la grandezza altrui. Una personalità autorevole riceve un riconoscimento e, attraverso quel riconoscimento, la comunità sembra partecipare del suo prestigio. È una forma di grandezza riflessa: anziché produrre nuovi riferimenti, ci si appropria simbolicamente di quelli già affermati. Non è necessariamente un comportamento consapevole. È una modalità di costruzione dell’identità collettiva. Ma una città come Siena, che ha saputo esprimere nella propria storia forme straordinarie di originalità, dovrebbe possedere abbastanza sicurezza culturale da non dover continuamente cercare conferme nel prestigio di chi è già prestigioso. Dovrebbe avere il coraggio di riconoscere qualcuno prima che venga riconosciuto da tutti gli altri. Il problema diventa ancora più interessante quando si osservano i meccanismi di selezione delle classi dirigenti, delle rappresentanze, degli incarichi e dei ruoli pubblici. Non mi riferisco soltanto a singole nomine, ma a una logica più generale, che non è certamente esclusiva di Siena. I sistemi organizzati tendono a conservare la propria stabilità. Questo fenomeno, studiato nelle scienze sociali e nella psicologia delle organizzazioni, non richiede necessariamente accordi espliciti, complotti o intenzioni malevole. È sufficiente che chi occupa posizioni decisionali preferisca persone prevedibili, culturalmente compatibili e capaci di mantenere gli equilibri esistenti. Si seleziona chi appartiene al sistema, chi ne comprende i linguaggi, chi ne rispetta le consuetudini, chi non introduce perturbazioni eccessive. Ne deriva una selezione che può apparire fondata sull’esperienza, sulla conoscenza del territorio o sull’affidabilità personale, ma che rischia di privilegiare soprattutto la compatibilità con ciò che già esiste. Il risultato è paradossale. Si invoca continuamente il cambiamento, ma si scelgono prevalentemente persone che garantiscano la continuità. Si parla di futuro affidandone la costruzione a chi viene selezionato soprattutto per la propria familiarità con il passato.

Ed è qui che un articolo apparso su SfogliAmo.eu il 5 novembre, dedicato alle possibili candidature per la prossima elezione del sindaco, offre un ulteriore spunto di riflessione. Non mi interessano particolarmente, in questa sede, le manovre politiche, le alleanze, le possibili candidature e le strategie dei diversi schieramenti. Mi interessa un fenomeno molto più elementare. La prevedibilità, ormai persino noiosa, dei nomi. Se un giornalista annunciasse oggi che domani pubblicherà un articolo sui possibili candidati a sindaco di Siena, credo che molti lettori sarebbero già in grado di compilare un elenco con un’approssimazione sorprendente. Gli stessi nomi, o comunque nomi appartenenti ai medesimi ambienti, che ricorrono da anni. Figure già presenti nel dibattito pubblico, già considerate nelle precedenti tornate, già collocate dentro circuiti politici, istituzionali e relazionali conosciuti. Naturalmente sono persone rispettabili, con percorsi e competenze differenti. Il problema non sono i singoli nomi e non intendo suggerire che siano privi di qualità. Il problema è che l’orizzonte delle possibilità sembra continuamente restringersi intorno a un numero limitato di protagonisti. È come se una città intera, con università, centri di ricerca, professionisti, imprese, associazioni, esperienze culturali e sociali, potesse esprimere politicamente soltanto le persone che il sistema ha già imparato a riconoscere. Il che non dimostra necessariamente la pochezza delle persone. Può invece rivelare la povertà dei meccanismi attraverso i quali una comunità individua e seleziona la propria classe dirigente. La distinzione è importante. Non si tratta di sostenere che i candidati conosciuti siano inadatti, né che un volto nuovo costituisca automaticamente una garanzia di qualità. Si tratta di domandarsi perché l’emersione di personalità esterne ai circuiti consolidati sembri così difficile. Nello stesso articolo compare anche il nome dell’onorevole Francesco Michelotti, non tanto come possibile candidato, quanto come figura politicamente influente nella definizione delle future candidature del centrodestra.

E proprio la sua vicenda offre un esempio interessante di un fenomeno che meriterebbe maggiore attenzione. Non intendo formulare giudizi personali su Michelotti. La mia riflessione riguarda i meccanismi attraverso i quali si costruiscono le carriere politiche e, soprattutto, il modo in cui successivamente vengono riconosciute e legittimate. Michelotti ha dedicato molti anni alla politica e ha ricoperto l’incarico di assessore al Comune di Siena. Mi sono chiesto più volte se, senza quell’esperienza amministrativa, sarebbe stato ugualmente candidato al Parlamento. Non possiamo saperlo, ma è ragionevole domandarsi quanto quell’incarico abbia contribuito a costruire le condizioni della sua successiva candidatura, indipendentemente dai risultati effettivamente conseguiti. La sua elezione nel 2022, peraltro, costituisce un caso emblematico del peso delle circostanze: inizialmente escluso dalla Camera per i meccanismi di attribuzione dei seggi, fu successivamente proclamato eletto dopo la definizione delle assegnazioni. Tutto perfettamente legittimo, naturalmente. Ma quel passaggio mostra quanto possa essere sottile il confine tra una carriera politica che rimane prevalentemente locale e una che acquisisce improvvisamente una dimensione nazionale. Oggi Michelotti è un parlamentare e, in quanto tale, viene indicato come una figura influente nelle future scelte politiche senesi. Ed è precisamente questo il punto. Il ruolo raggiunto conferisce prestigio e influenza, ma non costituisce, di per sé, una misurazione del valore aggiunto effettivamente prodotto. Per quanto riguarda Siena, il mio giudizio politico sul rapporto tra promesse e realizzazioni è decisamente negativo. Naturalmente un bilancio analitico richiederebbe di confrontare impegni, atti amministrativi e risultati, ma non è necessario confondere questo giudizio politico con una svalutazione personale di Michelotti o con una contestazione della sua legittimità istituzionale. Mi interessa osservare quanto facilmente, nei sistemi politici, il potere acquisito diventi una certificazione di autorevolezza, anche quando il percorso che vi ha condotto è stato influenzato da circostanze contingenti. La psicologia conosce bene alcuni meccanismi che contribuiscono a questa interpretazione. Il cosiddetto bias del senno di poi, o hindsight bias, ci porta a considerare quasi inevitabile un risultato una volta che si è verificato. L’outcome bias, invece, può indurci a giudicare la qualità di una decisione prevalentemente in funzione dell’esito ottenuto, trascurando le condizioni nelle quali è stata assunta. Non si tratta di applicare questi meccanismi alla psicologia personale di Michelotti, che qui non interessa. Si tratta di osservare come il successo di una carriera possa modificare il giudizio che gli altri formulano su quella stessa carriera. Una volta raggiunta una posizione importante, tendiamo a ricostruire retrospettivamente il percorso come una progressione coerente, quasi necessaria, di capacità e meriti.

Le circostanze favorevoli, le opportunità organizzative, i meccanismi istituzionali e la componente casuale passano in secondo piano. Il risultato raggiunto diventa così una spiegazione del proprio raggiungimento. È una circolarità piuttosto comoda. Se Michelotti fosse rimasto fuori dalla Camera, come sembrava inizialmente, oggi probabilmente discuteremmo del suo ruolo politico in termini differenti. Non sarebbe cambiata necessariamente la persona, né il suo percorso precedente. Sarebbe cambiato il risultato. E con il risultato sarebbe cambiata, almeno in parte, la rappresentazione pubblica della sua autorevolezza. Non è una questione irrilevante. Una carica istituzionale conferisce legittimamente potere e responsabilità, ma non trasforma retroattivamente ogni passaggio della carriera in una dimostrazione di merito superiore. La posizione raggiunta dovrebbe semmai rendere più rigorosa la valutazione dei risultati, non sostituirla. E il fenomeno non riguarda certamente un solo partito. Si ripete in forme analoghe anche nell’altro schieramento, dove le appartenenze, le esperienze amministrative e le posizioni precedentemente occupate possono concorrere alla costruzione di carriere e prestigio istituzionale. Il problema non è stabilire chi abbia beneficiato maggiormente delle circostanze. È riconoscere che nei sistemi politici le posizioni raggiunte finiscono spesso per diventare esse stesse certificazioni di valore, indipendentemente da un esame rigoroso dei risultati effettivamente prodotti. Il ruolo conferisce autorevolezza, l’autorevolezza rafforza il ruolo e il sistema continua a riconoscere come naturali gerarchie che possono essersi formate anche attraverso passaggi del tutto contingenti. Non occorre svalutare le persone per osservare quanto possano essere discutibili i meccanismi che le portano a occupare determinate posizioni. Semmai bisognerebbe evitare l’errore opposto: considerare la posizione raggiunta come prova sufficiente della qualità di chi la occupa. Quando il futuro politico di una città è prevedibile quasi esclusivamente guardando l’elenco dei protagonisti del suo passato recente, il problema non è necessariamente la mancanza di alternative. È la difficoltà del sistema a riconoscerle. Il sistema, attraverso le proprie scelte, tende a riprodurre se stesso. E ciò avviene indipendentemente dalle appartenenze politiche. Cambiano i linguaggi, le dichiarazioni programmatiche, le coalizioni, ma possono rimanere sostanzialmente identici i meccanismi che regolano l’accesso alle responsabilità.

La vera differenza non è tra chi si definisce conservatore e chi si proclama progressista. Queste etichette spiegano assai poco quando vengono confrontate con i comportamenti concreti. La differenza è tra chi considera la propria posizione un bene da proteggere e chi è disposto a modificarla in funzione di un progetto più ampio. Non occorrono grandi privilegi. È sufficiente possedere qualcosa che non si desidera perdere. Un ruolo, una relazione, una piccola posizione di influenza, una consuetudine favorevole, un riconoscimento sociale. Anche vantaggi modesti possono diventare ragioni sufficienti per opporsi a una trasformazione. È un fenomeno umano, prima ancora che politico. Chi porta una prospettiva realmente nuova, infatti, crea inevitabilmente uno squilibrio. È come agitare una tazza nella quale i fondi di caffè si siano depositati ordinatamente. Le particelle si sollevano, le posizioni cambiano, l’assetto precedente scompare e, quando tutto torna a fermarsi, può essersi prodotta una distribuzione diversa. Se però il nostro obiettivo è mantenere ogni particella esattamente dove si trova, la soluzione più semplice è non agitare mai la tazza. La protezione degli equilibri esistenti non richiede sempre grandi strategie. Talvolta basta scegliere sistematicamente persone che non abbiano intenzione di modificarli in modo sostanziale. È una forma di immobilismo particolarmente resistente, perché può presentarsi pubblicamente come esperienza, competenza, prudenza e rispetto della tradizione. Si potrebbe obiettare che questa interpretazione sia eccessivamente severa. Che Siena possieda molte energie nuove, numerose eccellenze scientifiche, culturali e imprenditoriali, persone giovani capaci di realizzare progetti importanti. È certamente vero. Ma la presenza di talenti non dimostra che una comunità sappia riconoscerli, sostenerli e inserirli nei propri processi decisionali. Il problema non è quanti giovani capaci esistano. È quale spazio effettivo venga loro concesso. Non basta organizzarne qualche celebrazione, fotografarli in una cerimonia o citarli nei discorsi ufficiali. Occorre mettere in discussione i criteri con cui vengono distribuite opportunità, risorse e responsabilità. È qui che l’invocato ricambio generazionale incontra spesso il suo limite. Si è disponibili a sostituire le persone, purché restino identiche le logiche che ne determinano la selezione. Il risultato non è un cambiamento, ma una successione. E non è neppure una questione anagrafica. Si può avere trent’anni ed essere perfettamente conformi agli equilibri esistenti, oppure ottanta e conservare una straordinaria capacità di innovazione. La discriminante è la disponibilità a introdurre idee capaci di modificare realmente l’organizzazione.

La città continua intanto a coltivare un rapporto particolare con il proprio passato. Un rapporto nel quale la nostalgia, anziché rappresentare una dimensione affettiva dell’identità, rischia di diventare una modalità stabile di interpretazione della realtà. Ogni negozio che chiude conferma il declino. Ogni trasformazione delle abitudini conferma la perdita di qualcosa. Ogni elemento che differisce dal passato viene valutato soprattutto in termini di sottrazione. La nostalgia possiede una funzione psicologica importante: offre continuità, appartenenza, familiarità. Ma diventa culturalmente problematica quando il passato viene idealizzato al punto da rendere il presente inevitabilmente insufficiente. Nessun futuro, infatti, può competere con un passato accuratamente ripulito dalle sue contraddizioni. E allora si continua a rimpiangere. Si continuano a individuare colpevoli. Si continua a spiegare perché non siamo più ciò che eravamo. Senza accorgersi che l’intera operazione può diventare un modo per evitare la domanda realmente impegnativa: che cosa vogliamo diventare? Non penso affatto che Siena debba rinunciare alla propria identità. Sarebbe un’assurdità. Penso, al contrario, che dovrebbe recuperare la parte più vitale della propria tradizione: la capacità di produrre forme originali di organizzazione, cultura, economia e convivenza. Una tradizione non è viva perché ripete indefinitamente se stessa. È viva quando continua a generare qualcosa. Il Palio, con la sua storia secolare e la sua straordinaria capacità di mantenere un’identità riconoscibile attraverso trasformazioni profonde della società, dovrebbe rappresentare proprio questo: la dimostrazione che continuità e cambiamento non sono necessariamente contrari. Non vedo perché una città capace di conservare una simile complessità culturale debba poi mostrarsi tanto prudente quando si tratta di innovare i propri meccanismi di riconoscimento e di governo. Il punto, alla fine, non è neppure stabilire se Siena sia davvero in declino. Per sostenere una simile conclusione occorrerebbero dati, confronti, indicatori economici, demografici e sociali. Le impressioni, anche quando condivise da migliaia di persone, non diventano automaticamente fatti. Il punto è il comportamento che adottiamo di fronte alla rappresentazione del declino. Possiamo utilizzarla per analizzare le criticità e costruire risposte. Oppure possiamo trasformarla in una spiegazione definitiva della nostra impotenza. Nel primo caso il passato diventa conoscenza. Nel secondo diventa un alibi. Ed è su questo che vorrei insistere. Non sono particolarmente interessato all’ennesima ricostruzione delle colpe che hanno condotto Siena alla sua condizione attuale, qualunque essa sia. Le responsabilità devono essere accertate nelle sedi appropriate e la storia deve continuare a essere studiata. Mi interessa molto di più comprendere chi, tra coloro che oggi ne lamentano la condizione, sia realmente disposto a modificare i propri comportamenti, a rinunciare a qualche posizione acquisita, a riconoscere talenti estranei alle consuete appartenenze, a sostenere idee che potrebbero mettere in discussione gli equilibri esistenti. Perché è relativamente semplice denunciare il potere quando appartiene agli altri. Diventa assai più impegnativo mettere in discussione i piccoli poteri, le convenienze e i vantaggi di cui ciascuno può beneficiare nel proprio ambito. E non sono soltanto i grandi sistemi a difendere se stessi. Lo fanno anche le piccole organizzazioni, i gruppi professionali, le associazioni, le istituzioni culturali e le reti informali di relazioni. La difesa di ciò che si possiede può essere una motivazione assai più potente della possibilità di costruire qualcosa che ancora non esiste. È questa, a mio giudizio, la questione più rilevante per Siena. Non la carenza di memoria, della quale semmai soffriamo il contrario. Non l’assenza di storia, che costituisce una delle nostre maggiori ricchezze.

E neppure la mancanza di competenze e talenti. Il problema è la disponibilità a lasciare che quelle competenze e quei talenti modifichino realmente ciò che siamo abituati a fare. Siena non ha bisogno di dimenticare il proprio passato, ma non può continuare a esserne schiava. Dobbiamo smettere di utilizzarlo come un criterio che finisce per impedirci di decidere qualcosa del nostro futuro. E forse dovremmo cominciare da una domanda assai meno rassicurante di quelle che siamo abituati a porci. Non soltanto chi ci abbia portato fin qui, ma quanto di ciò che oggi critichiamo continuiamo, personalmente, a rendere possibile.

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