Maga sarà Lui, e Giorgia fischietta facendo finta di non essere stata la Maga d’Italia
Mario Lavia su Linkiesta scrive che per un periodo non breve Giorgia Meloni fu la Maga d’Italia. «Il mio obiettivo è fare di nuovo grande l’Occidente», disse il 17 aprile 2025 alla Casa Bianca facendo suo il motto trumpiano «Make America Great Again». L’Occidente? Non è un’illazione ritenere che la presidente del Consiglio, nella fase alta della sua premiership, pensasse in realtà a «Make Italy Great Again», saldando il nazionalismo italiano di destra del primo Novecento ai tempi nuovi americani in un arco che va da Enrico Corradini a J.D. Vance. Meloni si sentiva parte integrante del trumpismo dominante ed effettivamente lo era. Di sezione italiana del Maga scrisse Linkiesta.
In primo luogo vi era un’indubbia consonanza ideologica: nazionalismo, sovranismo, immigrazione, identità, famiglia, insofferenza verso il liberalismo e il progressismo. Il trumpismo in qualche modo sdoganava il retroterra reazionario e post-fascista della premier italiana: un passepartout culturale piovuto come una manna dal cielo della politica mondiale, dagli Stati Uniti, addirittura.
Poi, certo, c’è stato l’aspetto un po’ più meschino e ingenuo, basato sulla convinzione che la relazione personale con Donald Trump potesse accrescere il peso internazionale dell’Italia, darle una posizione privilegiata in Europa e consentirle di svolgere il ruolo di mediatrice, ruolo poi mai svolto a causa dell’irriducibile scetticismo dei grandi Paesi europei verso di lei e, infine, come si sa, per il clamoroso voltafaccia dell’uomo nero della Casa Bianca.
Oggi che i Maga saltano per aria, Meloni fischietta, credendo che sia agevole farlo perché la freddezza con Washington perdura da diverso tempo e la gente si sarebbe scordata della Maga d’Italia. Il calcolo potrebbe rivelarsi sbagliatissimo. Un po’ perché i cittadini ricordano tutto, e ciò che ieri brillava oggi è ridotto in poltiglia, e questo la gente lo capisce. E poi, soprattutto, perché l’aria è cambiata.
Il trumpismo è finito, il che non vuole dire affatto che il presidente americano se ne starà con le mani in mano a contemplare il suo declino. Ma è finito perché il sistema ideologico di Trump – lo stesso di Meloni – è crollato; ed è verosimile che sarà presto sostituito da altri valori, altre idee, un’altra generazione.
Meloni aveva creduto di abitare il futuro, di essere dalla parte della corrente destinata a vincere, di poter accompagnare l’Italia dentro una nuova stagione della storia occidentale. Ora è dura prendere atto che quella corrente ha cambiato direzione. Improvvisamente la presidente del Consiglio è diventata, se non vecchia, quantomeno superata dagli eventi.
Ha osservato mesi fa Paolo Gentiloni che «la vicinanza a Trump sarà il suo problema»: la cosa è ancora più vera dopo la grande notte democratica. E tentare una clamorosa operazione di trasformismo – tipo «non sono mai stata trumpiana» – sarebbe semplicemente impossibile per una come lei, l’ex Maga d’Italia.
Tutto questo non significa che il melonismo, declinazione pallidamente dorotea del trumpismo, sia già giunto al capolinea. Ma il suo imbarazzo dinanzi allo tsunami blu è palpabile. È quello di chi si risveglia da un bel sogno e scopre che la casa è allagata.





