Blog - Stefano Bisi
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Q8
Toscana

La lezione ancora attuale degli angeli del fango

Luciano Luciani.

L’inerzia arrogante e colpevole sottesa alla catastrofe del Vajont (9 X 1963) – una grossa frana che si abbatte sul bacino idroelettrico del Vajont, provocando oltre tremila vittime e la distruzione di paesi e centri abitati – aveva già fornito agli italiani parecchi argomenti polemici circa l’affidabilità del proprio ceto politico/amministrativo alla guida del Bel Paese… Quando, nell’autunno di tre anni più tardi, il 4 novembre di sessant’anni fa, le città e le campagne della Toscana finirono sott’acqua con gravissimi danni alle attività produttive, alle abitazioni e all’ingente patrimonio artistico-culturale di Firenze, i nostri connazionali ebbero nettissima la coscienza che il tanto conclamato “miracolo economico” si reggeva su piedi d’argilla, anzi di fango. Malgrado il ferreo controllo esercitato dalla classe politica di allora sui media del tempo (radio, televisione, giornali), quel disastro era sotto gli occhi di tutti e un’ondata di discredito, l’ennesima, si abbatté sulle istituzioni, dalla più alte ai governi locali: perché non avevano saputo prevedere quegli eventi rovinosi malgrado i numerosi segnali del loro approssimarsi; per la volontà sempre più evidente di voler nascondere la vera entità della tragedia; perché lenta e mal organizzata la gestione dei soccorsi…

Com’era già avvenuto in diverse occasioni nel secolo scorso, – nel dopo Caporetto (autunno 1917); nella Resistenza; nel luglio ‘60 per impedire l’ingresso dei neofascisti al governo del Paese – emerse, come spesso avviene in questi casi tragici, insieme all’Italia peggiore (quella dei politici immobilisti, dei burocrati, degli amministratori inadempienti) anche un esercito di giovani volontari impegnati a limitare i danni, a tentare di salvare, almeno in parte, l’immenso patrimonio d’arte e cultura di Firenze pericolosamente insidiato dalle acque dell’Arno. L’inattesa partecipazione della giovane generazione di allora a ristabilire a mani nude, è proprio il caso di dirlo, le sorti di un Paese inerte, costituisce anche l’incipit del bel lavoro di storia contemporanea Generazione Settanta, 2024, di Miguel Gotor, storico presso l’università di Roma di Tor Vergata. “In quella circostanza tantissimi giovani, mossi da una volontà di partecipazione e d’impegno collettivo, accorsero in modo spontaneo nella città da ogni parte d’Italia per rispondere anche al bisogno di un nuovo protagonismo generazionale.” Nell’immaginario collettivo, giunto fino ai nostri giorni come esempio di solidarietà e condivisione, quei giovani volontari zelanti, laboriosi, intelligenti che non conoscevano orario alla fatica, sono passati nella memoria come gli “angeli del fango”. Una definizione azzeccata: ovvero nel putridume malmostososollevato e diffuso da un fiume impazzito e, metaforicamente, della politica di allora, essi furono annunciatori di una ribellione che di lì a qualche anno non avrebbe risparmiato “l’intero sistema dei valori perbenisti e dei modelli di vita borghesi respirati fino a quel momento in famiglia, a scuola, all’università, nei rapporti con la religione e l’autorità costituita.”

Oggi, dopo sessant’anni, nel momento in cui quei ventenni sono in gran parte scomparsi o svolgono quietamente il ruolo che la biologia assegna loro, quello di nonni, ci permettiamo, sommessamente,  di indicarne l’esempio. A chi? Ai giovani contemporanei di questo inizio di terzo millennio, che, se sembrano aver riscoperto il valore dell’agire collettivo, pure ci appaiono confusi, disorientati, turbati, circa i modi di significare i loro comprensibili e condivisibili disagi e di praticare utilmente le virtù civiche dell’impegno e della partecipazione politica.

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