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Economia

Tito Boeri contro le nuove forme di “flat tax incrementale”

Tito Boeri su La Repubblica critica la scelta del governo di introdurre nuove forme di “flat tax incrementale”, applicando un’aliquota del 5% agli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali e dell’1% agli incrementi salariali degli under 35. Il meccanismo, che tassa in misura agevolata soltanto la parte di reddito superiore a quella dell’anno precedente, viola secondo Boeri il principio di equità orizzontale, perché contribuenti con lo stesso reddito finiscono per pagare imposte diverse. Se rese permanenti, queste misure sarebbero a suo giudizio incostituzionali. Inoltre indeboliscono la funzione stabilizzatrice dell’imposta progressiva, favorendo chi registra aumenti di reddito rispetto a chi subisce una diminuzione. Boeri sostiene che la misura, anziché semplificare il sistema tributario, moltiplichi di fatto le aliquote e introduca incentivi a comportamenti opportunistici. Se l’agevolazione sugli incrementi salariali fosse permanente, i lavoratori potrebbero trovare conveniente rinviare parte della retribuzione per beneficiare successivamente dell’aliquota ridotta. Se fosse temporanea, sarebbero incentivati a concentrare gli aumenti negli anni agevolati, alterando le contrattazioni salariali. Secondo Boeri, la misura serve soprattutto a utilizzare politicamente l’espressione “flat tax” nonostante i vincoli di bilancio. Intanto il governo continuerebbe a incassare circa 10 miliardi di euro dal drenaggio fiscale, che una vera aliquota unica eliminerebbe. Boeri conclude denunciando la crescente disparità fiscale tra lavoratori autonomi e dipendenti. La manovra estende infatti il regime forfetario del 15% agli autonomi con ricavi fino a 100.000 euro. Un professionista milanese con un reddito lordo di 78.000 euro pagherebbe poco più di 8.500 euro di imposte, contro quasi 21.000 euro versati da un dipendente con lo stesso reddito. Inoltre, mentre il lavoratore autonomo non subisce il drenaggio fiscale, il dipendente può essere assoggettato a un’imposizione crescente anche quando gli aumenti nominali dello stipendio non compensano l’inflazione.

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