Il futuro rubato, ci sono giovani e giovani
Antonio Mastrapasqua.
Il dibattito proposto da Gianrico Carofiglio sulla Stampa – e ripreso da “sfogliamo.eu” – è di quelli che hanno radici profonde, toccano principi e valori fondamentali della vita sociale: ricchezza, povertà, solidarietà, proprietà privata, ma anche rabbia e fiducia, che tanto sono diventate protagoniste nelle piazze d’Italia e di mezza Europa.
Quando ho raccolto alcune riflessioni sul “futuro rubato” ai giovani (nell’omonimo libro, “Il futuro rubato” per Solferino editore) non pensavo che la realtà dei fatti potesse con tanto clamore dare corpo alle preoccupazioni mie e di tanti che come me vedono in crisi proprio il modello di fiducia che regge la società e la democrazia di tanti Paesi, così come il nostro.
Il problema è la divaricazione tra ricchi (ricchissimi) e poveri (e poverissimi)? E siamo sicuri che mettendo mano al portafoglio dei più ricchi si potrebbe vedere placata la rabbia e in qualche modo quell’invidia sociale cui si attribuiscono le violenze di questi giorni? Quando la fiscalità ordinaria – già definita come “progressiva” – sembra inadeguata al suo scopo (redistribuire reddito, assicurando servizi e protezione sociale) c’è un problema che si potrebbe definire “fondativo” della vita sociale.
Non credo che nemmeno il solito richiamo alla Costituzione possa essere sufficiente a tracciare una strada che tenga insieme questi opposti. Il nostro Paese soffre di un irriducibile paternalismo che suggerisce allo Stato di occuparsi troppo spesso delle scelte private dei suoi cittadini, privandoli – poco o tanto – di quella libertà che diventa anche libertà economica. Ci sono giovani che sfasciano vetrine, magari guidati da qualche cattivo maestro o da qualche malevolo suggeritore che li convince di essere protagonisti di qualche folle gioco di cui vantarsi sui social. Ma ci sono anche tanti giovani che più silenziosamente vorrebbero solo inseguire i propri sogni, lavorando, anche duramente, sfidando la misura del merito con le competenze che si sono costruite. Sia questi giovani, sia gli altri sono stati privati di un pezzo del loro futuro e sono messi alla prova circa la fiducia da coltivare nel mondo che noi adulti abbiamo loro apparecchiato.
Non voglio sminuire quella quota di “disagio giovanile” che cova negativamente, che persegue il peggio, visto che il meglio non si vede più; ma non vorrei nemmeno che ci dimenticassimo di quegli altri giovani che vogliono sfidare il cielo e vogliono poter scegliere, magari scambiando un po’ delle tutele che irrigidiscono rapporti e relazioni nel mondo del lavoro, con un po’ più di libertà e di rischio.





